IFIMES: “Il caso Epstein rivela la logica del potere contemporaneo”.
Relazioni internazionali e violazioni sistematiche dei diritti umani. Su questo si basa l’ultimo lavoro di ricerca sul caso “Epstein”, realizzato dall’IFIMES.
Nel saggio intitolato “Epstein. Evil in the Empire of Power: Not Chaos, but Order”, l’ambasciatore Arben Cici propone una lettura critica del caso, sostenendo che i documenti recentemente diffusi non rivelerebbero soltanto reati individuali, ma metterebbero in luce la logica strutturale del potere contemporaneo.
Non uno scandalo, ma un’esposizione morale.
Secondo Cici, la pubblicazione dei file non avrebbe scosso l’opinione pubblica perché contenente elementi del tutto sconosciuti, bensì perché avrebbe confermato, con evidenze documentali, una convinzione spesso relegata al sospetto: ai vertici del potere globale la morale non rappresenterebbe un limite, ma un elemento opzionale.
L’analisi sostiene che non si tratterebbe di uno scandalo isolato, bensì di una “crepa temporanea” in un sistema consolidato, dove la responsabilità si attenua man mano che si sale nella gerarchia del potere. In questa prospettiva, i documenti relativi a Jeffrey Epstein rifletterebbero un ordine invisibile nel quale i vizi non costituiscono deviazioni, ma componenti funzionali dell’architettura del potere.
Legge selettiva e morale retorica.
Nel testo si afferma che, nelle élite politiche, finanziarie, diplomatiche e culturali, la legge non opererebbe come norma universale, bensì come meccanismo selettivo: rigoroso per la maggioranza, flessibile per chi appartiene ai circoli ristretti.
La giustizia, prosegue l’analisi, sarebbe ridotta a procedura tecnica, mentre l’etica diventerebbe linguaggio cerimoniale destinato al consumo pubblico. In questo ecosistema, le figure di vertice non si percepirebbero come trasgressori, ma come eccezioni legittimate.
Il sistema e la “funzione” Epstein.
Cici sostiene che Epstein non rappresenterebbe un’anomalia, bensì una “funzione” del sistema: un intermediario capace di connettere potere politico, finanza, influenza culturale e segretezza. La sua caduta, si legge nell’analisi, non avrebbe scalfito l’ordine esistente, poiché quest’ultimo non dipenderebbe da singoli individui, ma dalla necessità strutturale di figure simili.
Il vero meccanismo di potere, secondo l’autore, non si fonderebbe sulla violenza esplicita, ma sull’invisibilità: contratti riservati, giurisdizioni frammentate, commissioni d’inchiesta inconcludenti. In tale contesto, lo scandalo si trasformerebbe in spettacolo e lo spettacolo in assuefazione.
Democrazia come facciata?
Nel passaggio conclusivo, l’analisi sostiene che l’“impero del potere” contemporaneo governerebbe attraverso una “amoralità organizzata”, dove la democrazia resterebbe una facciata, la trasparenza uno slogan e la giustizia un principio applicato in modo differenziato.
Il nodo centrale, conclude Cici, non sarebbe soltanto l’esistenza di abusi nascosti, ma l’accettazione sociale di un ordine percepito come inevitabile. I file Epstein, nella lettura proposta, non mostrerebbero soltanto l’oscurità delle élite, ma il livello di tolleranza collettiva verso tale oscurità.
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