IA, trasparenza e retorica: il trionfo annunciato in Consiglio regionale che ignora la realtà dei fatti
In Consiglio regionale si brinda. All’unanimità è stata approvata la legge sulla promozione, lo sviluppo sostenibile e il governo dell’intelligenza artificiale. Un risultato che gli esponenti del Movimento 5 Stelle celebrano oggi come una tappa storica per il progresso della Sardegna. Il presidente della Commissione Bilancio, Alessandro Solinas, ha parlato, senza esitazioni, di “traguardo importante per il progresso dell’isola”, evocando un futuro fatto di pubbliche amministrazioni più efficienti, servizi migliori e trasparenza rafforzata grazie all’IA. “Promuoviamo l’uso dell’IA nella pubblica amministrazione regionale e locale per migliorare l’efficienza e la qualità dei servizi, nel pieno rispetto dei diritti dei cittadini, della trasparenza, della sicurezza e della privacy. La Regione – aggiunge Solinas – fornirà supporto tecnico e formazione agli enti locali e istituirà un registro pubblico dei sistemi di IA, per garantire chiarezza e accessibilità. Con questa legge, la Sardegna non si limita a stare al passo con i tempi: oggi li anticipa”.
Ma, la cronaca delle ultime leggi finanziarie e assestamenti di bilancio, racconta una storia un po’ diversa.
Perché proprio con l’intelligenza artificiale, quella stessa tecnologia che oggi viene evocata come strumento di modernizzazione della macchina pubblica, è stato possibile analizzare le tabelle della cosiddetta “greppia” degli emendamenti puntuali approvati nel primo anno della XVII legislatura, sotto la presidenza di Alessandra Todde. Un’analisi che restituisce l’immagine di un processo legislativo tutt’altro che rivoluzionario: una lunga lista di micro-finanziamenti, contributi mirati e interventi localizzati, distribuiti tra enti locali, associazioni, parrocchie, società sportive e iniziative culturali senza bando pubblico. Per un totale importante: ben 220 milioni di euro.
Dalla ristrutturazione di chiese e oratori ai contributi per campi da padel, musei comunali o pulmini per società sportive, il catalogo degli interventi finanziati dal Consiglio regionale appare più simile a un tradizionale manuale di spesa elettorale che a un laboratorio di innovazione istituzionale. Tra le voci compaiono, ad esempio, contributi milionari destinati alle diocesi sarde per interventi su strutture ecclesiastiche e musei diocesani, distribuiti su più annualità.
Nulla di illegittimo, sia chiaro, basta conoscere il consigliere regionale giusto. Ma l’insieme racconta una pratica politica ben nota: l’emendamento puntuale come “strumento di distrazione privatistica” della spesa pubblica. Una prassi che difficilmente può essere confusa con una strategia strutturale di innovazione amministrativa.
Il paradosso, dunque, emerge proprio sul terreno che la nuova legge sull’IA promette di presidiare: la trasparenza.
Mentre si annuncia un registro pubblico dei sistemi di intelligenza artificiale e si promette una pubblica amministrazione più accessibile e leggibile, il Consiglio regionale continua a mantenere opaca una parte non secondaria del proprio funzionamento. Un altro esempio emblematico riguarda i collaboratori dei gruppi consiliari: i loro curricula, a distanza di un anno non sono pubblicati, a differenza di quanto accade per i collaboratori inseriti nell’area “Amministrazione trasparente” dell’apparato amministrativo del Consiglio.
Una contraddizione che rende difficile prendere sul serio la retorica della rivoluzione digitale e della IA come “chiave per una amministrazione più trasparente”.
Se l’obiettivo è davvero quello di usare l’intelligenza artificiale per migliorare la qualità delle decisioni pubbliche e rendere più leggibile l’azione politica, la prima applicazione dovrebbe riguardare proprio i processi interni della politica regionale: selezione delle competenze, tracciabilità delle decisioni e trasparenza delle reti di collaborazione.
Finché questo non accade, il rischio è che l’IA resti soprattutto uno slogan, utile nei comunicati stampa, meno nelle pratiche concrete di governo. Perché l’intelligenza artificiale, per quanto potente strumento di lavoro, non può sostituire ciò che continua a mancare: l’intelligenza politica necessaria a costruire un autentico servizio pubblico per la Sardegna.
