13 Aprile 2026
Europa

I comitati consultivi UE bocciano se stessi: pareri in ritardo e scarsa trasparenza nella scelta degli esperti

Dovrebbero essere la voce della società civile, dei lavoratori, delle imprese e degli enti locali nel cuore del processo legislativo europeo. Ma secondo la Corte dei conti europea, il Comitato economico e sociale europeo (CESE) e il Comitato europeo delle regioni (CdR) faticano a svolgere questo ruolo in modo efficace. I motivi? Pareri emessi in ritardo, impatto sulla legislazione mai misurato sistematicamente e criteri opachi nella selezione degli esperti chiamati a supportare il lavoro dei comitati.

È quanto emerge dalla relazione speciale pubblicata oggi dall’organo di controllo finanziario dell’Unione europea, che ha passato al setaccio l’intero processo di produzione dei pareri dei due organismi nel periodo compreso tra il 2019 e il 2024.

Il problema dei ritardi.

La tempistica è cruciale: un parere che arriva dopo che il Parlamento europeo ha già votato in commissione vale ben poco. Eppure i dati parlano chiaro. Nel periodo esaminato, i pareri su consultazione obbligatoria sono stati trasmessi in tempo, ovvero prima della votazione in commissione parlamentare, nell’84% dei casi per il CESE, e solo nel 74% dei casi per il CdR. Tradotto: uno su quattro arriva troppo tardi per poter incidere.

A complicare le cose, nessuno dei due comitati dispone di un sistema automatizzato per monitorare le scadenze, segnalare i ritardi o allertare in anticipo su appuntamenti istituzionali imminenti. Un’omissione organizzativa che la Corte definisce inaccettabile per organismi chiamati ad alimentare il processo democratico europeo.

Chi sceglie gli esperti e come.

L’altro punto critico riguarda la selezione degli esperti esterni che affiancano i membri dei comitati nella redazione dei pareri. Questi professionisti non percepiscono compensi per il lavoro svolto, ma hanno diritto al rimborso delle spese di viaggio e a indennità forfettarie. Entrambi i comitati ne fanno ampio ricorso, ma senza criteri trasparenti e pubblici per sceglierli.

Secondo gli auditor, questa opacità «rischia di dar luogo a distorsioni, ostacola la trasparenza e rappresenta un rischio reputazionale». La raccomandazione è chiara: i criteri di selezione vanno definiti e resi pubblici, e andrebbe istituito un registro centrale degli esperti, soluzione adottata finora solo dal CESE, in cui annotare competenze e lavori già svolti per i comitati.

L’impatto? Nell’Ue nessuno lo misura davvero.

Forse la lacuna più significativa è quella relativa alla misurazione degli effetti. Entrambi i comitati monitorano le proprie attività di comunicazione, ma si concentrano sulla visibilità, quante persone li hanno letti, quanti eventi organizzati, piuttosto che sull’impatto reale: quante delle loro indicazioni sono finite nella legislazione definitiva.

“Il Comitato economico e sociale europeo e il Comitato europeo delle regioni intendono apportare un contributo di partecipazione democratica e legittimità nella definizione delle politiche”, ha dichiarato Katarína Kaszasová, membro della Corte responsabile dell’audit. “Dovrebbero però esprimersi più tempestivamente e valutare in modo sistematico l’impatto del lavoro svolto”.

La Corte raccomanda l’introduzione di indicatori qualitativi capaci di misurare quanto i pareri si rispecchino concretamente nella legislazione finale. Perché contare i comunicati stampa, senza sapere se qualcuno li abbia ascoltati, non basta.