I baciapantofola della politica e i 50 milioni agli oratori.
In Italia la laicità dello Stato è diventata una formula vuota, buona per i discorsi ufficiali ma disattesa nei fatti. A ogni stagione politica, si rinnova il rito antico dei baciapantofola, pronti a inchinarsi davanti alle gerarchie ecclesiastiche per garantirsi qualche rendita elettorale.
Nel 2025, con le scuole pubbliche che crollano, gli asili che mancano e un’intera generazione precaria che non trova spazio né voce, il governo Meloni sceglie, però, di sperperare altri 50 milioni di euro per gli oratori. Cinquanta milioni. Per strutture che, da decenni, hanno perso ogni funzione educativa rilevante e che ormai vivono più di rendita ideologica che di reale servizio sociale.
Giovani esclusi.
È un Paese che non ascolta i giovani, quello che stanzia milioni per gli oratori ma non riesce a creare spazi di partecipazione reale. Il servizio civile? Un palliativo. Un’illusione di cittadinanza attiva in un sistema che continua a gestire le politiche giovanili dall’alto verso il basso, senza coinvolgimento, senza fiducia, senza visione.
Le progettualità per i giovani vengono scritte nelle segrete stanze dei ministeri, da funzionari che di gioventù conoscono solo i ricordi. E quando arrivano fondi, sono briciole mal distribuite, controllate da governance top-down che servono più a garantire la visibilità di qualche politico di turno che a generare cambiamento. Fondo Nazionale per le Politiche giovanili docet!
Oratori, reliquie finanziate con soldi pubblici.
Il ministro per lo Sport, Andrea Abodi, però, parla di “impegno del governo e consapevolezza nuova”. Una consapevolezza che sa di vetusto, lontana dalla quotidianità e, soprattutto, dalla cronaca giovanile che parla spesso di disagio, violenza e crescente dipendenza da sostanze di abuso. Un bando per gli oratori, ancora, spacciato per essere una “tappa di un percorso importante per le infrastrutture sportive”.
Ma di quali infrastrutture si parla? Gli oratori non sono – né devono essere – il centro della vita sportiva e sociale dei giovani del 2025.
Sono, semmai, un simbolo di un passato che non torna, di un’educazione morale e religiosa che ha perso ogni presa reale sulla società. In un Paese laico, le istituzioni ecclesiastiche dovrebbero reggersi da sole, non con il sostegno di un governo che preferisce finanziare il catechismo invece dell’innovazione, della cultura o della partecipazione civica.
Un Paese retrogrado, senza visione e senza coraggio.
C’è qualcosa di profondamente retrogrado in questa Italia che investe sul passato e non sul futuro. Una linea di azione inspiegabile (andando oltre la necessità di tenersi stretti lobbysti e big player importanti), in un Paese dove il talento giovanile emigra, le periferie restano abbandonate, e la parola “merito” viene usata come slogan ma tradita nella sostanza. Invece di costruire centri civici, laboratori di innovazione sociale, spazi culturali e tecnologici (ricordiamolo, accessibili e sostanziali), si preferisce, infatti, finanziare luoghi che appartengono a un altro secolo, a un’altra società.
Ma dove possiamo andare in un Paese così? Una nazione dove la politica non osa emanciparsi dalla tutela ecclesiastica e dove il futuro dei giovani vale meno del consenso di qualche prelato.
Il problema, ancora, non è solo nei 50 milioni agli oratori ma in una classe dirigente che non ha più il coraggio di scegliere il futuro — e che, per paura o convenienza, continua a rifugiarsi nel passato.
Nel 2025, in un Paese più vecchio e senza visione, si continua così a finanziare l’irrilevanza ecclesiastica mentre i giovani restano ai margini.
foto governo.it
