Hub e “modello Albania”: l’Italia propone all’UE centri fuori confine mentre negli hotspot mancano bagni e sicurezza
L’Italia porterà oggi al tavolo dei ministri dell’Interno dell’Unione europea, riuniti d’urgenza dopo la crisi migratoria nell’enclave spagnola di Ceuta, la proposta di creare hub finanziati dall’UE fuori dai confini del blocco, sul modello dei centri già aperti in Albania. Secondo il Viminale, il ministro Matteo Piantedosi presenterà un piano per nuovi centri di rimpatrio dei migranti irregolari, finanziati dall’Europa e collocati soprattutto in Africa.
La proposta arriva dopo che il governo di Giorgia Meloni ha sospeso per un mese gli accordi Schengen con la Spagna in seguito all’arrivo massiccio di migranti a Ceuta, e mentre l’Italia chiede anche l’applicazione rigida del programma GSP+, che lega i vantaggi tariffari ai Paesi in via di sviluppo alla loro collaborazione nel riammettere i propri cittadini irregolari nell’UE.
Dal canto suo, giusto per rimarcare la validità della presunta “unità europea”, il ministro degli Esteri spagnolo, Jose Manuel Albares, ha intanto rinnovato le critiche a Roma, ricordando alla tv pubblica TVE che la Spagna aveva sostenuto l’Italia durante le precedenti crisi di Lampedusa e lamentando che stavolta non sia arrivata la stessa solidarietà.
Ma il modello italiano che si vuole esportare regge alla prova dei fatti?
C’è però un problema, ed è tutto interno ai confini nazionali. Mentre Roma si prepara a proporre in sede europea nuovi hub esterni sul modello albanese, la gestione degli hotspot già attivi sul territorio italiano racconta una storia diversa da quella della narrazione ufficiale.
È il caso dell’hotspot di Monastir, in Sardegna, descritto in una recente inchiesta di Sardegnagol attraverso le parole di Alessandro De Filippi, segretario regionale del sindacato di polizia Anip. Secondo la testimonianza raccolta, nella struttura , un ex caserma riconvertita in fretta e che ospita circa 600 persone , dopo le 17 nessuno controlla più chi entra e chi esce, con il cancello di fatto privo di sorveglianza continuativa. A presidiare un perimetro troppo esteso per essere sorvegliato interamente sono in media appena 12-14 agenti, un numero che il sindacalista definisce insufficiente per una popolazione così ampia ed eterogenea. Il caso più clamoroso raccontato riguarda un intero gruppo di ospiti che avrebbe scavalcato la recinzione, la cui assenza sarebbe stata scoperta solo al momento di un appello amministrativo, senza che le persone siano più state rintracciate.
A questo si aggiungono le condizioni di lavoro del personale: agenti esposti al sole in un piazzale senza coperture, servizi igienici rimasti inaccessibili per un’intera giornata per un disguido sulle chiavi, e dotazioni minime , dai bagni alle aree d’ombra , richieste più volte al sindacato senza risposte concrete. Ancora, le misure di sicurezza più visibili, come cancello e sbarra controllati, sarebbero comparse solo dopo la visita di una troupe giornalistica legata alle inchieste di Report.
Il confronto con il Centro di permanenza per il rimpatrio di Macomer, dove a fronte di circa 50 ospiti operano quasi 20 agenti dietro mura alte diversi metri, restituisce uno squilibrio che lo stesso sindacalista definisce difficile da giustificare.
Sono proprio questi numeri, sottolinea l’inchiesta, a far riflettere sulla sostanza del “modello Albania”: nelle strutture aperte dal governo di Edi Rama dovrebbe finire solo una quota minima degli arrivi complessivi , attorno al 3-4% , a fronte di un’operazione dai costi elevati, mentre nel frattempo mancano le dotazioni più basilari negli hotspot sul territorio nazionale.
Il nodo dei costi: chi ci guadagna davvero?
Il capitolo economico è tutt’altro che secondario, e in un Paese dove il dibattito pubblico funzionasse a pieno regime dovrebbe aprire più di un interrogativo su chi tragga effettivamente beneficio da questi investimenti. Un’altra inchiesta di Sardegnagol, dedicata al nuovo regolamento europeo sui cosiddetti return hubs , le strutture detentive extra-UE per il rimpatrio dei migranti irregolari appena approvate dal Parlamento europeo , ricostruisce i precedenti internazionali, e i numeri non sono incoraggianti.
L’Australia, che ha inaugurato questa pratica nel 2012 trasferendo i richiedenti asilo a Papua Nuova Guinea e Nauru, ha speso circa 13 miliardi di dollari australiani in totale, con un costo per il solo biennio 2024-2025 pari a circa 600.000 dollari per ogni persona detenuta a Nauru , a fronte di un rapporto del 2024 che documenta almeno 14 decessi e gravi danni psicologici per migliaia di persone. Il Regno Unito, con l’accordo Ruanda poi bocciato dalla Corte Suprema britannica, ha speso oltre 715 milioni di sterline prima della cancellazione del programma nel 2024, per un costo stimato fino a 228.000 sterline a persona , contro le 53.000 necessarie per ospitare un richiedente asilo nel Regno Unito per due anni.
E l’Italia non fa eccezione: i centri in Albania, annunciati nel 2023 per un costo dichiarato di 670 milioni di euro in cinque anni , cifra che le stime più recenti indicano come destinata a essere ampiamente superata , hanno visto i giudici italiani bloccare più di venti trasferimenti, mentre un rapporto del 2026 ha denunciato le gravi ripercussioni sulla salute dei detenuti, descritte come segnate da isolamento, incertezza giuridica e mancanza di assistenza.
Numeri alla mano, il quadro che emerge è quello di uno strumento costoso, capace di coinvolgere numeri relativamente piccoli di persone e destinato a generare una mole rilevante di ricorsi giudiziari , con un effetto deterrenza tutto da dimostrare, come mostrano le esperienze già testate altrove. Interrogativi che difficilmente potranno essere elusi mentre l’Italia si presenta a Bruxelles come modello da replicare, con gli hotspot sul proprio territorio ancora privi delle dotazioni più elementari.
