16 Agosto 2026
Europa

Hormuz, l’intesa si fa con l’Oman

Mentre da Washington si moltiplicano gli annunci di un accordo imminente con l’Iran, a Teheran la sostanza resta un’altra: l’unica intesa concreta in dirittura d’arrivo sullo Stretto di Hormuz è quella con l’Oman, non con gli Stati Uniti.

Lo ha ribadito il viceministro degli Esteri per gli Affari legali e internazionali, Kazem Gharibabadi, spiegando che l’intesa con Mascate sui nuovi assetti per il transito delle navi commerciali è ormai in fase conclusiva. Non si tratta, ha precisato, di una riapertura piena dello stretto, ma di un modello inedito rispetto alla prassi degli ultimi sessant’anni, che farà passare una quota consistente del traffico marittimo attraverso le acque territoriali iraniane.

Sull’eventuale riscossione di pedaggi da parte di Teheran alle navi in transito, Gharibabadi non si è sbilanciato: la decisione, ha detto, dipenderà dalle massime autorità del Paese e , significativamente , dalla condotta degli Stati Uniti. Una condizionale che la dice lunga su quanto sia ancora aperta la partita con Washington.

Ed è proprio qui che il quadro si fa interessante. Mentre l’intesa con l’Oman procede su binari tecnici e verificabili, sul fronte americano il viceministro si è limitato a confermare l’arrivo di generici “messaggi” sulla disponibilità Usa a “tornare ai propri impegni” , senza specificare quali impegni, né attraverso quali canali siano stati trasmessi. Nessun documento, nessun negoziato formale, nessuna scadenza: solo segnali indiretti, in un momento in cui la Casa Bianca lascia intendere da giorni che un accordo con Teheran sia questione di ore.

Il contrasto tra le due narrazioni resta netto: da un lato un’intesa tecnica, concreta e vicina alla firma con Mascate; dall’altro un ruolo americano che, nella ricostruzione di Teheran, si riduce a messaggi non meglio precisati recapitati per vie traverse , ben lontano dai “negoziati diretti” evocati a più riprese da Washington negli ultimi giorni. Resta da vedere se nelle prossime ore arriveranno elementi più solidi a sostegno della versione statunitense, o se anche questa finirà per rivelarsi, come già accaduto in altre fasi della crisi, più annuncio che sostanza.

foto Kremlin.ru