Hormuz e il mondo che si frammenta: tre scenari per il dopo-crisi secondo l’ex segretario generale dell’OPEC
Non è una crisi passeggera. È la manifestazione visibile di una frattura più profonda, destinata a ridisegnare i mercati energetici, le traiettorie economiche e le strategie climatiche per anni a venire. È questa la lettura che Adnan Shihab-Eldin, già segretario generale dell’OPEC, offre del conflitto in corso nel Golfo Persico, in un’analisi articolata attorno a tre scenari possibili e a una tesi di fondo: il sistema energetico globale è entrato in un’era di frammentazione strutturale, e le tensioni attorno all’Iran ne sono la prova più eloquente.
Il punto di partenza è geografico e insieme geopolitico. Circa il 20% del petrolio commerciato a livello mondiale transita per lo Stretto di Hormuz, insieme a una quota rilevante delle esportazioni di gas naturale liquefatto. Una concentrazione che crea quello che Shihab-Eldin definisce “un punto di strozzatura critico”: perturbazioni anche parziali , nell’ordine del 20-50% dei flussi , producono effetti sproporzionati su prezzi, logistica e attività economica globale. Al culmine delle tensioni recenti, fino a 10-12 milioni di barili al giorno erano a rischio, insieme ai flussi di LNG e alle catene di fornitura della raffinazione a valle.
Scenario uno: la tregua regge.
Nel primo scenario, il cessate il fuoco tiene e si raggiunge un accordo nel giro di settimane. I mercati energetici si stabilizzerebbero, i premi di rischio scenderebbero e i flussi attraverso lo stretto tornerebbero alla normalità. Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, un aumento del 10% del prezzo del petrolio riduce la crescita del PIL globale di circa 0,15 punti percentuali: un’inversione degli shock recenti offrirebbe dunque un sostegno significativo alla ripresa. L’Asia , principale importatrice di petrolio e LNG dal Golfo , sarebbe la grande beneficiaria, con minori costi di importazione per Cina, India, Giappone e Corea del Sud. L’Europa, ancora, trarrebbe sollievo dalla stabilizzazione dei prezzi del gas. Per il Consiglio di cooperazione del Golfo, la crescita resterebbe solida, nell’intervallo del 2,5-3,5%.
Il secondo scenario: l’escalation intermittente.
Il secondo scenario è quello di una crisi ciclica, con mesi di tensioni alternate e interruzioni ricorrenti. Il petrolio oscillerebbe tra 85 e 110 dollari al barile, i mercati dell’LNG si irrigidirebbero, i costi di trasporto e assicurazione salirebbero sensibilmente. L’FMI stima che una simile volatilità potrebbe sottrarre tra 0,3 e 0,5 punti percentuali alla crescita globale, con effetti sproporzionati sulle economie emergenti. È questo, sottolinea Shihab-Eldin, lo scenario in cui “la frammentazione diventa operativa e visibile nei mercati”: risposte regionali divergenti a uno shock condiviso, con l’Asia nuovamente in prima linea per l’esposizione, l’Europa alle prese con la competitività industriale, l’Africa sotto pressione fiscale e inflazionistica.
Lo scenario peggiore: nessun accordo tra USA e Iran.
Il terzo scenario è il più severo. Nessuna intesa, tensioni strutturali e flussi attraverso Hormuz stabilmente compressi fino a fine anno. Il petrolio resterebbe stabilmente sopra i 100 dollari al barile, i mercati del gas naturale liquefatto potrebbero andare incontro a carenze acute e le catene del commercio globale subirebbero perturbazioni prolungate. Le stime preliminari quantificano l’impatto economico complessivo in circa 1.500 miliardi di dollari in effetti su commercio e produzione. Il rischio stagflazione, crescita in frenata e inflazione persistente, diventerebbe concreto, con il PIL globale che potrebbe perdere tra 0,5 e 1 punto percentuale. L’Africa sarebbe la regione più colpita in termini relativi, con gravi stress sulla bilancia dei pagamenti e rischi sociali legati ai prezzi di energia e cibo.
Al di là dei singoli scenari, la conclusione di Shihab-Eldin è netta: “Non stiamo più operando all’interno di un sistema energetico stabile e globalizzato, ma all’interno di uno frammentato e guidato dall’insicurezza. La frammentazione, conclude l’ex numero uno dell’OPEC, non va vista come una perturbazione temporanea, ma come una condizione strutturale che plasma le traiettorie energetiche, economiche e climatiche globali”.
foto DOD
