5 Marzo 2026
Europa

Horizon Europe 2028-2034, la Corte dei conti Ue alza la voce: “Più soldi, meno certezze”.

La Commissione europea promette un Horizon Europe “più grande, più semplice, più veloce” per il ciclo 2028-2034: 175 miliardi di euro (154,9 miliardi a prezzi 2025), quasi il doppio rispetto all’attuale programmazione. Ma secondo l’ultima indagine della Corte dei conti europea (ECA) non mancano (chi lo avrebbe mai detto!) una serie di criticità che suonano come un avvertimento politico prima ancora che tecnico: l’Unione vuole correre sulla competitività, però rischia di farlo con regole e controlli che non reggono la velocità promessa.

Il primo rilievo è quasi imbarazzante nella sua semplicità: la Commissione continua a invocare l’EU added value, ma non esiste una definizione condivisa né nella legislazione vigente né nel testo della proposta. Per l’ECA, senza una definizione operativa e misurabile, il “valore aggiunto” resta una formula utile a giustificare il bilancio, non uno strumento per selezionare e valutare ciò che funziona davvero.

È una fragilità che pesa perché l’Horizon Europe viene presentato come architrave della strategia industriale e scientifica dell’Unione, e come motore per aumentare gli investimenti verso l’obiettivo del 3% del PIL in R&S. Ma se non si chiarisce che cosa l’Ue intenda per “valore aggiunto” (e come lo dimostri ex post), l’intero impianto rischia di restare più narrativo che verificabile.

Il programma è dichiaratamente allineato alle priorità trasversali dell’Unione (clima, digitale, biodiversità, parità di genere, SDGs). Il problema, sottolinea la Corte, è che né la Commissione né gli Stati membri dispongono di dati completi e affidabili sull’uso dei fondi per questi obiettivi, e la proposta non corregge questa debolezza.

In altre parole: si moltiplicano gli “obiettivi” da spuntare, ma non si rafforza in modo credibile la capacità di misurarli. È un corto circuito tipico della governance europea: più indicatori, meno evidenza solida.

Horizon Europe nasce per finanziare l’eccellenza scientifica, e la proposta lo ribadisce. Tuttavia l’ECA chiede chiarimenti cruciali: come verrà garantito il principio di eccellenza in tutti i pilastri, soprattutto perché nei Pilastri II e III – che insieme valgono circa il 65% del budget – l’eccellenza non risulta esplicitata con la stessa nettezza. Un dettaglio che, in un programma competitivo, non è un tecnicismo: è la differenza tra una politica di qualità e una politica distributiva.

La Commissione punta su un single rulebook comune con il nuovo European Competitiveness Fund, e su procedure più snelle. L’ECA “promuove” l’idea, ma ricorda che la semplificazione vera non è uno slogan: servono procedure stabili, sistemi IT coerenti e, soprattutto, regole che non cambino in corsa (perché i beneficiari lamentano già oggi confusione e incertezza).

Il punto politico è un altro: l’accelerazione amministrativa, se non accompagnata da paletti chiari, aumenta lo spazio della discrezionalità e rende più difficile contestare scelte opache. È esattamente il tipo di terreno su cui nascono sospetti, contenziosi e, nel peggiore dei casi, cattiva spesa.

Uno dei cambiamenti più incisivi è la spinta a fare di lump sums e finanziamenti non legati ai costi (FNLTC) il modello “standard”, limitando il rimborso a costi reali ai casi eccezionali. La Corte non boccia, ma avverte: questi strumenti non sono adatti a tutto, soprattutto nei progetti a bassa maturità tecnologica, dove legare pagamenti a milestone può essere complesso e distorsivo.

È un passaggio delicato: la semplificazione contabile può ridurre alcuni errori formali, ma può anche spostare i rischi altrove (sovra-compensazioni, work package mal definiti, incentivi a “far quadrare” le milestone più che i risultati scientifici). E l’ECA ricorda che la qualità del disegno è decisiva: senza requisiti chiari sui cosiddetti “workpackege” (i pacchetti di lavoro) e sulle salvaguardie, la promessa di “meno burocrazia” può trasformarsi in “meno controllabilità”.

C’è poi un elemento che rende meno credibile qualsiasi annuncio trionfalistico: l’ECA ribadisce che la ricerca è un’area di spesa ad alto rischio e che gli errori rimangono elevati. Nel 2024, nella sua attività di audit, la Corte ha riscontrato errori quantificabili nel 26% delle transazioni di ricerca controllate, spesso legati a costi del personale inammissibili o dichiarati in modo scorretto.

La proposta amplia il ruolo del pre-commercial procurement e punta a velocizzare gli appalti per soluzioni innovative. L’ECA richiama però rischi molto concreti: conflitti di interesse, gestione della proprietà intellettuale, scarsa esperienza dei committenti pubblici su soluzioni “first-of-a-kind” e necessità di linee guida robuste per garantire trasparenza, non discriminazione e valore per denaro.

Sul performance framework, ovvero il piano degli indicatori, la Corte è netta: molti indicatori proposti misurano output (quanti progetti, quante imprese), non risultati o impatti, e la raccolta di dati affidabili e comparabili non è garantita. Inoltre, la Corte chiede che l’obbligo di relazione di attuazione e valutazione ex post sia scritto chiaramente nel regolamento, non lasciato a documenti laterali.

È una richiesta di buon senso: se si vogliono 175 miliardi, non si può lasciare la misurazione dell’efficacia in una zona grigia normativa.

Tra le “note a margine” più rivelatrici, l’ECA segnala che la proposta è silente sul futuro dell’EIT (l’European Institute of Innovation & Technology) e delle sue KICs (le Knowledge Innovation Communities), un vuoto che genera incertezza su uno dei pilastri dell’innovazione europea.
E non risparmia stoccate alla narrazione: uno dei “moonshots” citati (fusione in rete entro il 2034) cozza con le criticità e gli slittamenti di ITER richiamati dalla Corte in altri lavori, spostando l’orizzonte molto più avanti. Il messaggio implicito è chiaro: l’ambizione va bene, ma senza realismo diventa marketing.

In conclusione, promettere più budget senza una riforma del controllo è una scommessa azzardata. Una di quelle che piace alla Commissione delle “scemenze”. Ma, se è vero che la speranza è l’ultima a morire, se Bruxelles vuole davvero che l’Horizon sia la “spina dorsale” della competitività europea, bisogna definire e rendere operativo il valore aggiunto Ue, garantire l’eccellenza in tutti i pilastri senza ambiguità, evitare che la semplificazione diventi discrezionalità e mettere nero su bianco valutazioni e responsabilità.

Senza questi correttivi, i 175 miliardi rischiano di essere l’ennesimo caso in cui l’Europa prova a comprare credibilità con il budget, ma la perde poi nei dettagli dell’implementazione.

foto This_is_Engineering da Pixabay.com