Guerra in Ucraina, l’analisi IFIMES: “Il conflitto è entrato nella sua fase terminale”
L’Istituto Internazionale per gli Studi sul Medio Oriente e i Balcani (IFIMES) di Lubiana ha pubblicato un’analisi, firmata da Masahiro Matsumura, professore di Politica internazionale e Sicurezza nazionale alla Facoltà di Giurisprudenza della St. Andrew’s University di Osaka, dal titolo “The Emerging Endgame of the Russo-Ukrainian War”.
Lo studio sostiene una tesi netta: contrariamente alla narrazione diffusa di un conflitto dalla durata indefinita, la guerra russo-ucraina sarebbe entrata nella sua fase conclusiva, e le sue sorti si deciderebbero non tanto sul campo di battaglia quanto sulla tenuta politica ed economica degli Stati europei , Germania in testa , di fronte al progressivo disimpegno statunitense.
Il crollo demografico come vincolo strategico.
Il primo pilastro dell’analisi riguarda la demografia ucraina. Secondo Matsumura, il Paese ha attraversato un’erosione demografica pressoché ininterrotta dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica: dai circa 51,9 milioni di abitanti del 1991 si sarebbe scesi a 49 milioni nel 2000, a 46 milioni dopo la Rivoluzione arancione del 2004, a 45,3 milioni dopo Euromaidan e la perdita del controllo sulla Crimea nel 2014, fino a 43,5 milioni nel 2021, alla vigilia dell’invasione su vasta scala.
L’invasione russa del 2022 avrebbe trasformato questo lento declino in una crisi acuta: secondo le stime della Banca Mondiale citate nello studio, la popolazione entro i confini riconosciuti sarebbe scesa a 37 milioni già nel 2023, mentre dichiarazioni di funzionari ucraini , tra cui il ministro della Politica sociale Denys Ulyutin, indicherebbero che nel 2026 la popolazione effettivamente sotto controllo governativo si aggirerebbe intorno ai 25 milioni. Una contrazione che, secondo l’autore, avrebbe conseguenze dirette sulla capacità di reclutamento delle Forze armate ucraine, sulla base fiscale dello Stato e sulla coesione sociale interna, aggravando uno squilibrio strutturale rispetto a una Russia che dispone di una base demografica da quattro a cinque volte superiore.
Il riallineamento transatlantico e il peso sull’Europa.
Il secondo elemento dell’analisi riguarda la composizione degli aiuti internazionali a Kiev. Sulla base dei dati del Kiel Institute’s Ukraine Support Tracker, lo studio ricostruisce come, dopo aver rappresentato circa il 45-50% del sostegno militare e finanziario totale sotto l’amministrazione Biden, il contributo diretto degli Stati Uniti sarebbe crollato fino a un livello sostanzialmente nullo nel 2026, in seguito al riorientamento della politica statunitense sotto la seconda amministrazione Trump verso la politica industriale interna e la deterrenza nell’Indo-Pacifico. Questo avrebbe costretto l’Unione europea e i Paesi alleati ad assorbire tra il 90 e il 95% dell’intero sostegno, con la Germania nel ruolo di principale finanziatore.
Secondo Matsumura, il peso economico di questo sforzo , dall’inflazione energetica al riorientamento della spesa pubblica , avrebbe contribuito all’instabilità politica di diversi Paesi europei, richiamando l’avvicendarsi di quattro premier nel Regno Unito (Boris Johnson, Liz Truss, Rishi Sunak e Keir Starmer) e le crescenti resistenze elettorali in Francia e Germania. La debolezza dell’industria della difesa europea, ridimensionata nel dopo Guerra Fredda, renderebbe secondo l’autore impossibile per il Vecchio Continente colmare il vuoto lasciato dalle garanzie di sicurezza americane, rischiando di trasformare il conflitto in una guerra a trazione tedesca.
I limiti della guerra asimmetrica.
Il terzo asse dell’analisi riguarda la strategia dei droni a lungo raggio adottata da Kiev di fronte all’inferiorità convenzionale. Lo studio riconosce che gli attacchi ucraini in profondità nel territorio russo , fino a 2.500 chilometri, secondo l’autore , abbiano colpito con successo asset dell’aviazione strategica russa e infrastrutture petrolifere, sfruttando materiali a basso costo e le correnti dei venti d’alta quota per abbattere i costi operativi.
Matsumura invita tuttavia alla cautela nell’interpretare questi attacchi come una svolta decisiva, tracciando un parallelo storico con la campagna giapponese dei palloni-bomba Fu-Go contro il territorio statunitense tra il 1944 e il 1945: un’iniziativa che, pur avendo raggiunto un certo impatto psicologico, non modificò l’esito del conflitto. Allo stesso modo, secondo l’analisi, i raid con droni ucraini infliggerebbero attrito operativo senza tuttavia alterare gli equilibri sulla linea del fronte, dove le guerre di logoramento si decidono attraverso il controllo del territorio piuttosto che con danni localizzati alle infrastrutture.
Verso un esito entro fine 2026.
Nelle conclusioni, lo studio esclude come strutturalmente improbabile una vittoria militare ucraina intesa come ripristino dei confini del 1991, e delinea per la leadership europea tre possibili strade: la prosecuzione del sostegno indiretto attuale, un intervento militare diretto , scenario giudicato ad alto rischio di escalation con la Russia e privo di sostegno politico interno , o un accordo negoziato che riconosca perdite territoriali in cambio di garanzie di sicurezza residue. Secondo Matsumura, le fragilità economiche del continente spingeranno gradualmente verso quest’ultima opzione, con tempistiche legate alla tenuta del consenso politico interno in Germania.
L’analisi osserva infine come i tentativi tedeschi di coinvolgere partner extraeuropei , si scontrino con priorità strategiche divergenti: sotto la guida della premier Sanae Takaichi, vicina all’impostazione di Washington, Tokyo privilegerebbe la deterrenza nell’Indo-Pacifico rispetto agli impegni di sicurezza europei, limitando le possibilità di Berlino di costruire una coalizione globale a sostegno dello sforzo bellico ucraino.
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