13 Aprile 2026
Europa

Guerra in Iran, Hegseth e il generale Caine: “Stiamo vincendo”…ma mancano i fondi

Tono trionfalistico, cifre da capogiro e un messaggio rivolto esplicitamente non ai giornalisti in sala ma “al popolo americano” (lo stesso che ha perso fiducia nell’Amministrazione Trump?). A mandarlo è stato il Segretario alla Guerra Pete Hegseth e il generale Dan Caine, intervenuti ieri una conferenza stampa al Pentagono per fare il punto sull’Operazione Epic Fury, il nome dato alla campagna militare americana contro l’Iran, giunta oggi al suo ventesimo giorno.

I caduti di Dover e la retorica della missione.

Hegseth ha aperto il briefing con un riferimento alla cerimonia tenutasi il giorno prima alla base aerea di Dover, nel Delaware, dove sei bare avvolte nella bandiera americana sono state accolte dal presidente Trump, dallo stesso segretario e dal generale Caine. I sei militari, tre equipaggi di aerei cisterna KC-135, tra cui la maggiore Ariana Savino, promossa postuma dal grado di capitano, sono stati ricordati per nome dal generale Caine con parole di commozione genuina.

“Le loro famiglie mi hanno detto tutte la stessa cosa: finite il lavoro”, ha dichiarato Hegseth. “E noi lo finiremo”.

Il bilancio delle operazioni: numeri e propaganda.

Sul piano militare, i dati presentati dal Pentagono sono di portata straordinaria, anche se non verificabili in modo indipendente. Secondo Hegseth e Caine, dall’inizio del conflitto le forze americane hanno colpito oltre 7.000 obiettivi in Iran e nelle sue infrastrutture militari. Gli attacchi con missili balistici contro le forze USA sarebbero calati del 90% rispetto all’inizio del conflitto, così come l’impiego di droni kamikaze. La marina iraniana sarebbe stata di fatto annientata: oltre 120 navi danneggiate o affondate, tutti i sottomarini, undici secondo il Pentagono, eliminati, i porti militari gravemente compromessi.

“Abbiamo deciso di condividere l’oceano con l’Iran”, ha detto Caine con tono sarcastico, “gli abbiamo lasciato la metà di sotto”. Ricordiamoli i toni dei “democratici esportatori di democrazia”.

Le operazioni, ha aggiunto il generale, si stanno estendendo sempre più all’interno del territorio iraniano. Cacciabombardieri A-10 Warthog e elicotteri Apache operano ora sul fianco meridionale, nello Stretto di Hormuz. I bombardieri strategici B-1, B-2 e B-52 sono il fulcro dei raid in profondità, con equipaggi di giovani aviatori, alcuni appena ventenni, che Caine ha descritto con ammirazione decisamente visibile.

La richiesta di 200 miliardi al Congresso.

Tra le notizie più rilevanti della conferenza stampa, Hegseth ha di fatto confermato le indiscrezioni secondo cui il Pentagono ha avanzato una richiesta di stanziamento straordinario di 200 miliardi di dollari al Congresso per finanziare la guerra. “Ci vuole denaro per eliminare i cattivi”, ha detto il segretario, aggiungendo che i fondi servono a ricostituire le scorte di munizioni e a finanziare le operazioni future. Ha poi accusato l’amministrazione Biden di aver depauperato le riserve militari americane con le forniture all’Ucraina.

Le tensioni con Israele.

Un momento di imbarazzo si è creato quando un giornalista ha chiesto conto dell’attacco israeliano al giacimento di gas di South Pars, condotto apparentemente senza coordinamento con Washington e in contrasto con la dichiarata volontà di Trump di non colpire le infrastrutture energetiche iraniane. Hegseth ha risposto con una formula vaga: “Noi teniamo le redini, i nostri obiettivi sono chiari”, senza smentire né confermare un attrito con Tel Aviv. Un segnale che la piena sintonia tra i due alleati potrebbe non essere così granitica come viene presentata.

Il tono dell’Amministrazione Trump: la guerra come spettacolo.

Non è passata inosservata la cifra politica del briefing. Hegseth ha esplicitamente dichiarato di rivolgersi non ai giornalisti presenti ma “al buon popolo americano, patriottico e timorato di Dio”, liquidando buona parte della stampa come portatrice della “Trump Derangement Syndrome”. Ha poi invitato i presenti alla preghiera e ha raccontato di aver spiegato la guerra al figlio tredicenne come un sacrificio necessario “perché la tua generazione non debba fare i conti con un Iran nucleare”.

Un registro retorico che mescola reportage militare, predicazione evangelica e comunicazione politica diretta, e che riflette lo stile con cui l’amministrazione Trump ha scelto di raccontare al Paese questa guerra.

foto Air Force Staff Sgt. Milton Hamilton, DOW