13 Maggio 2026
Sardegna

Guerra in Iran, cresce il rischio per l’export sardo

La guerra in corso in Iran non minaccia soltanto gli equilibri energetici internazionali, ma apre un fronte delicato anche per l’economia sarda. Se sul lato delle importazioni l’Isola appare relativamente protetta, sul fronte delle esportazioni il quadro è molto più esposto: tra il 2020 e il 2025 i Paesi del Golfo Persico hanno assorbito beni sardi per oltre 900 milioni di euro, di cui 755 milioni legati a produzioni non petrolifere. Un valore, secondo l’analisi di Confindustria, che colloca l’area come terzo mercato estero della Sardegna dopo Stati Uniti e Spagna, davanti a Germania e Francia.

Il nodo principale è logistico e geopolitico: gran parte dei traffici commerciali verso Qatar, Bahrein, Kuwait, Iraq ed Emirati Arabi Uniti dipende dal passaggio nello Stretto di Hormuz, uno dei punti più sensibili del commercio mondiale. Qualsiasi restrizione o rallentamento lungo questa rotta rischia di colpire direttamente una quota rilevante dell’export isolano, soprattutto nei settori industriali più internazionalizzati.

Se infatti meno del 3% del greggio importato in Sardegna arriva dall’area del Golfo e quindi l’impatto sulle forniture energetiche dirette appare contenuto, molto più marcata è la dipendenza commerciale in uscita. Escludendo i derivati del petrolio, quasi il 10% dell’export complessivo non petrolifero sardo è diretto verso questi otto Paesi, una quota nettamente superiore alla media italiana, che si ferma al 3%.

A rendere ancora più delicata la situazione è la forte concentrazione settoriale: il 43% delle esportazioni verso il Golfo riguarda prodotti in metallo, il 30% prodotti chimici, il 17% derivati petroliferi e il 5% macchinari. In pratica, oltre il 95% del valore esportato si concentra in quattro comparti, tutti fortemente esposti alle oscillazioni dei mercati internazionali e alla stabilità delle catene logistiche.

Anche la concentrazione geografica è elevata: quattro Paesi, Qatar, Bahrein, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, assorbono oltre l’85% dell’export sardo nell’area. Il Qatar, da solo, ha acquistato beni per oltre 310 milioni di euro in sei anni, pur con un netto ridimensionamento negli ultimi esercizi rispetto ai picchi precedenti. L’Arabia Saudita segue con oltre 206 milioni, trainata soprattutto da metallurgia, chimica e macchinari, mentre il Bahrein mantiene flussi più stabili, quasi interamente legati ai prodotti chimici.

Negli Emirati Arabi Uniti, invece, il quadro appare più diversificato: oltre ai prodotti chimici e ai macchinari, crescono agroalimentare e forniture industriali, con esportazioni che nel 2025 hanno superato i 24 milioni di euro. Un segnale importante perché mostra come alcuni comparti sardi stiano consolidando mercati ad alto valore aggiunto anche fuori dall’Europa.

Le criticità emergono soprattutto per alcuni settori particolarmente dipendenti dall’area. Il farmaceutico, ad esempio, concentra nel Golfo oltre il 50% delle proprie esportazioni complessive. Anche i prodotti in metallo mostrano una forte esposizione: quasi 400 milioni di euro esportati in sei anni, pari alla metà dell’export extraeuropeo del comparto. Situazione simile per la chimica, con oltre 270 milioni di euro diretti verso il Golfo, equivalenti a un quinto dell’export totale del settore.

L’eventuale protrarsi delle tensioni in Medio Oriente rischia quindi di produrre effetti ben oltre il comparto energetico, colpendo direttamente filiere industriali strategiche dell’economia sarda. Il rischio maggiore non è solo una frenata temporanea delle vendite, ma la difficoltà di mantenere relazioni commerciali consolidate in mercati dove la Sardegna, negli ultimi anni, ha costruito una presenza significativa e spesso difficilmente sostituibile nel breve periodo.

foto Navy