15 Agosto 2026
EuropaPolitica

Guerra commerciale, l’Ue rispolvera (forse) le armi contro Trump.

Prosegue (contrariamente a quanto dichiarato da Ursula e soci lo scorso mese di agosto) la guerra commerciale transatlantica. Le minacce del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di imporre nuovi dazi ai Paesi europei, legandoli anche alla questione Groenlandia, hanno fatto saltare la fragile tregua commerciale raggiunta lo scorso anno e riportato l’Unione europea davanti a un dilemma ormai familiare: reagire con durezza (difficile) o guadagnare tempo (più probabile data la mancanza di “capitani coraggiosi” dalle parti dell’Ue).

Sulla carta, Bruxelles dispone di diverse opzioni. Può colpire prodotti simbolici americani, politicamente sensibili, oppure ricorrere alla sua arma più temuta e finora mai utilizzata: il cosiddetto “bazooka” commerciale, lo Anti-Coercion Instrument (strumento anti-coercizione). Una opzione che sarà discussa giovedì nel corso del prossimo vertice straordinario dei leader europei.

Ritorsioni mirate sui prodotti Usa.

Nei cassetti della Commissione resta pronto un pacchetto di dazi di ritorsione su circa 93 miliardi di euro di beni statunitensi, eredità della prima offensiva tariffaria di Trump. Le misure, congelate per sei mesi lo scorso agosto, dovrebbero entrare automaticamente in vigore il 7 febbraio, a meno che la Commissione europea non proponga una nuova sospensione con l’ok dei 27 Stati membri.

Nel mirino dell’Unione europea finirebbero prodotti fortemente identitari degli Stati Uniti, come i jeans Levi’s, le motociclette Harley-Davidson e il bourbon del Kentucky, oltre a merci provenienti da Stati tradizionalmente a forte trazione repubblicana.

Una strategia che, più che colpire settori economici specifici, sembra puntare a esercitare una pressione politica diretta sugli equilibri interni americani. Una linea che alimenta l’accusa, da parte dei critici, di una risposta europea percepita come velleitaria e sproporzionata, difficilmente in grado di “mettere in ginocchio” l’economia statunitense e destinata piuttosto a esporre le fragilità e le contraddizioni della leadership europea.

Il “bazooka” commerciale europeo.

Lo strumento più potente resta però l’Anti-Coercion Instrument, pensato per rispondere a pressioni economiche utilizzate come leva politica. Consentirebbe all’Ue di imporre o aumentare dazi, limitare importazioni ed esportazioni, restringere l’accesso agli appalti pubblici, agli investimenti diretti esteri, ai diritti di proprietà intellettuale e persino ai mercati finanziari europei.

Si tratta tuttavia di un’arma a doppio taglio. Mai utilizzata prima, richiederebbe mesi di preparazione e un consenso politico molto ampio tra le capitali. La Francia spinge per un approccio più aggressivo, mentre Germania e altri Paesi restano cauti.

La tentazione della carta cinese.

Un’altra ipotesi, più teorica che concreta, è guardare a Pechino. Il recente accordo preliminare tra Canada e Cina – interpretato come un messaggio indiretto a Washington – ha alimentato il dibattito anche a Bruxelles. Ma per l’Ue il rapporto con la Cina è infinitamente più complesso: secondo partner commerciale del blocco, ma anche concorrente sistemico, soprattutto nei settori industriali strategici.

La sovraccapacità produttiva cinese e la pressione sull’industria europea, in particolare su quella automobilistica tedesca (ricordiamo quanto conta l’idea di “Europa unita”), rendono impraticabile un riavvicinamento rapido e senza costi.

L’arma finanziaria (che nessuno vuole usare).

Tra le opzioni più estreme figura la riduzione dell’esposizione europea verso il debito e i titoli statunitensi. Secondo Deutsche Bank, enti pubblici e privati europei detengono circa 8.000 miliardi di dollari in asset Usa. Una loro vendita forzata potrebbe far esplodere una crisi finanziaria globale, colpendo duramente anche l’Europa: uno scenario di “distruzione reciproca assicurata” che nessuno, a Bruxelles, sembra disposto a contemplare.

Per il momento, dunque, la linea prevalente resta, contrariamente alla strategia di Trump che sta cercando di dividere il fronte europeo (se questi sono gli alleati), quella della prudenza. La priorità è dialogare, non escalation. In base all’accordo commerciale dello scorso anno, gli Stati Uniti hanno già ridotto i dazi su molti prodotti europei al 15%, mentre l’Ue non ha ancora votato il taglio delle tariffe sui beni industriali americani, anche a causa delle nuove minacce di Trump.

foto Fred Guerdin European Union, 2025