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Groenlandia. “C’è dell’americano in Danimarca”.

C’era una volta “qualcosa di marcio in Danimarca”. Oggi, a quanto pare, c’è dell’americano. E non nel senso folkloristico del fast food o delle serie TV, ma in quello molto più serio (e assai meno digeribile) delle mire espansionistiche americane mascherate da preoccupazioni per la sicurezza globale.

La Groenlandia, isola gigantesca, gelida e scarsamente popolata, è improvvisamente diventata oggetto di attenzioni febbrili da parte di Washington. Non perché sia cambiato il clima (quello lo si nega volentieri), ma perché sotto il ghiaccio si intravedono rotte strategiche, basi militari e, naturalmente, risorse. Molto americane nello spirito: da proteggere, da controllare e possibilmente da possedere.

Il copione è noto. Prima si invoca la sicurezza nazionale, poi si solleva lo spettro di nemici “ostili” (Russia e Cina funzionano sempre quando nel frattempo si lanciano missili e si sequestrano presidenti di Stati sovrani, nel silenzio delle democrazie europee) quindi si suggerisce che gli alleati non siano all’altezza del compito.

A quel punto, l’intervento diventa non solo legittimo, ma quasi un dovere morale. Se non fosse che la Groenlandia non è una terra di nessuno, bensì un territorio autonomo all’interno del Regno di Danimarca, e che la NATO, almeno sulla carta, dovrebbe servire a difendere gli alleati, non a metterli sotto tutela.

L’idea che gli Stati Uniti possano “acquisire” la Groenlandia, con l’acquisto, la pressione diplomatica o, nel peggiore dei casi, la forza, suona come una barzelletta geopolitica, se non fosse ripetuta con inquietante serietà. È il ritorno del vecchio West, ma in versione artica: bandiere piantate sul ghiaccio eterno, con la differenza che al posto dei cercatori d’oro ci sono i think tank, e al posto delle pistole i memorandum sulla sicurezza o, peggio, gli yes men dell’Amministrazione di Donald.

Nel frattempo, a Copenaghen e a Nuuk si fa ciò che fanno gli Stati sovrani quando qualcuno guarda troppo a lungo il loro giardino: diplomazia frenetica, telefonate, visite a Capitol Hill, appelli al diritto internazionale. Quel diritto internazionale che, a quanto pare, per alcuni a Washington è più un capo da indossare secondo la stagione geopolitica che una regola.

Il paradosso è che tutto questo avviene in nome della difesa dell’Occidente e dei suoi valori. Valori che includerebbero, almeno teoricamente, la sovranità degli Stati, l’inviolabilità dei confini e il rispetto degli alleati. Ma evidentemente questi principi valgono finché non intralciano una buona occasione strategica.

Così, mentre l’Europa riscopre improvvisamente l’importanza dell’Artico e la Danimarca si ritrova protagonista involontaria di una tragedia shakespeariana in salsa geopolitica, resta una domanda sospesa nell’aria gelida del Nord: se questo è il comportamento riservato a un alleato storico, cosa dovrebbero pensare tutti gli altri?

Shakespeare parlava di marciume. Oggi, più modestamente, possiamo limitarci a constatare che c’è dell’americano in Danimarca. E, a giudicare dall’odore di imperialismo d’antan, non è detto che sia un miglioramento.

foto Frank Becker da Pixabay.com