Grano sardo in crisi: Coldiretti lancia l’allarme sui prezzi
Pagare il grano meno di quanto costa produrlo. È questa, in sintesi, la denuncia che arriva dal mondo cerealicolo sardo alla vigilia della nuova campagna di commercializzazione 2026. Coldiretti Cagliari alza la voce e rivolge un appello diretto ai trasformatori: senza prezzi equi, la filiera del grano duro sardo rischia di non avere futuro.
Un grido d’allarme che arriva in un momento tutt’altro che favorevole per le imprese agricole, strette tra l’aumento dei costi di produzione, il rincaro delle materie prime, le bollette energetiche e le tensioni internazionali che negli ultimi anni hanno fatto lievitare i bilanci in rosso di molte aziende agricole isolane.
Una filiera sotto pressione.
«Dietro ogni quintale prodotto ci sono investimenti, lavoro, professionalità e un presidio fondamentale del territorio», avverte Giorgio Demurtas, presidente di Coldiretti Cagliari. “Pagare il grano sotto i costi di produzione significa impoverire le campagne, scoraggiare le nuove generazioni e mettere a rischio un patrimonio economico, sociale e ambientale che appartiene a tutta la Sardegna”.
Il messaggio è chiaro: non si tratta solo di numeri nei bilanci aziendali, ma di un modello produttivo e culturale che rischia di sgretolarsi se non vengono costruiti , come chiede Coldiretti , rapporti di filiera più equilibrati ed equi.
Il rischio della concorrenza estera.
A complicare il quadro c’è la pressione crescente dei cereali d’importazione. Giuseppe Casu, direttore di Coldiretti Cagliari, punta il dito su un tema spesso rimasto sottotraccia nel dibattito pubblico: i cereali esteri arrivano sul mercato italiano spesso prodotti con standard diversi da quelli imposti agli agricoltori italiani e, in alcuni casi, con residui di sostanze come il glifosate.
“Scegliere il grano sardo vuol dire investire in una filiera trasparente e tracciabile che genera economia nei territori, crea occupazione e garantisce qualità e origine delle materie prime”, sottolinea Casu. In un mercato sempre più globalizzato, valorizzare il prodotto locale non è solo una scelta economica: è anche una questione di sicurezza alimentare.
C’è però una dimensione che va ben oltre i mercati e i listini: quella culturale. Il grano duro è la materia prima del pane Carasau, delle paste tipiche sarde, di produzioni agroalimentari che da generazioni sono al centro dell’alimentazione isolana e che contribuiscono a definire l’identità stessa delle comunità rurali della Sardegna.
Non è un caso che Casu citi la Blue Zone: la Sardegna è una delle aree del pianeta con la più alta concentrazione di centenari, un primato legato anche a un modello alimentare radicato nella tradizione cerealicola locale. Difendere quel grano, in quest’ottica, significa anche preservare uno stile di vita che il mondo ci invidia.
Coldiretti ricorda infine un ruolo spesso dimenticato: quello dei cerealicoltori come presidi ambientali. La loro presenza quotidiana nelle campagne garantisce manutenzione del territorio e contribuisce in modo concreto alla prevenzione degli incendi, una piaga che ogni estate minaccia l’isola. L’abbandono dei terreni agricoli non è solo una perdita economica: è un rischio ambientale reale.
La richiesta è quindi semplice, ma urgente: riconoscere al grano sardo un prezzo che copra i costi di produzione e assicuri una remunerazione dignitosa a chi lo coltiva. Perché senza agricoltori nelle campagne, non c’è territorio presidiato, non c’è filiera alimentare di qualità e non c’è futuro per una delle identità più autentiche della Sardegna.
