Google sotto indagine UE, ma quanto è davvero “neutrale” Bruxelles quando parla di media e informazione?
La Commissione europea ha avviato oggi un’indagine formale per verificare se Google stia applicando condizioni “eque, ragionevoli e non discriminatorie” alle testate giornalistiche nei risultati di ricerca, come imposto dal Digital Markets Act (DMA).
Secondo l’analisi preliminare dell’esecutivo UE, il colosso californiano potrebbe aver penalizzato nei ranking le pagine dei media che ospitano contenuti di partner commerciali, citando la propria site reputation abuse policy come giustificazione. Google sostiene che questa regola serva a frenare tecniche di manipolazione dei risultati. Bruxelles sospetta invece che dietro si celi una restrizione ingiustificata alla monetizzazione delle testate.
L’UE rivendica la difesa del pluralismo. Ma quanto è davvero oggettiva?
Teresa Ribera, vicepresidente esecutiva della Commissione, ha dichiarato che l’obiettivo dell’indagine è proteggere i publisher in un momento “difficile” per il settore, garantendo che non perdano introiti. Henna Virkkunen, responsabile per la Sovranità Digitale, ha sottolineato che il DMA deve assicurare condizioni eque e pluralismo mediatico “a tutela della democrazia”.
Parole impeccabili, almeno sulla carta. Ma qui sorge spontanea una domanda: può davvero la Commissione ergersi a paladina della trasparenza e del pluralismo, quando essa stessa investe milioni di euro in campagne di “comunicazione istituzionale” rivolte proprio alle testate mainstream europee?
Non è un segreto che Bruxelles abbia finanziato, direttamente o tramite bandi dedicati alla “lotta alla disinformazione” e alla “promozione delle politiche europee”, progetti giornalistici, osservatori e fondazioni incaricate – guarda caso – di raccontare “correttamente” l’operato della Commissione stessa. Un sostegno legittimo? Ai posteri l’ardua sentenza.
Un potenziale conflitto d’interessi quando si parla di media pluralism? Difficile negarlo.
L’indagine su Google: un’azione sacrosanta, ma il contesto pesa.
È certo che il tema sollevato da Bruxelles sia cruciale: se Google altera la visibilità delle testate, l’impatto economico e democratico è enorme. Ma lo è altrettanto chiedersi se la Commissione – reduce da cinque anni di politiche comunicative accusate da molti di essere propaganda travestita da informazione – sia oggi nella posizione morale per parlare di “equità” nel mercato dei media.
La Commissione vuole proteggere i giornali? Bene. Ma chi protegge i cittadini dalla disinformazione istituzionale mascherata da “difesa della democrazia”?
Una domanda che meriterebbe, almeno, la stessa solerzia con cui Bruxelles oggi punta il dito contro Google.
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