11 Giugno 2026
Europa

Global Gateway, i soldi dell’Europa e i dubbi irrisolti: appalti opachi e migranti usati come merce di scambio

Il Global Gateway è la grande scommessa dell’Unione Europea per competere con la Via della Seta cinese: 300 miliardi di euro da investire entro il 2027 in infrastrutture, connettività digitale ed energia nei Paesi partner, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare l’autonomia strategica europea e favorire lo sviluppo locale. Ma dietro la retorica delle inaugurazioni e dei comunicati stampa, restano domande scomode a cui Bruxelles fatica a dare risposte convincenti. Chi sta davvero guadagnando con questi soldi? E a quali condizioni vengono erogati?

A sollevarle, in un’interrogazione scritta depositata il 5 febbraio 2026, è l’eurodeputata Marieke Ehlers del gruppo Patrioti per l’Europa. La risposta del commissario Síkela, arrivata il 2 giugno 2026, è formalmente ineccepibile ma sostanzialmente evasiva sui punti più spinosi.

Il primo e più imbarazzante nodo riguarda il coinvolgimento di imprese non europee , e in particolare cinesi , nella realizzazione dei progetti finanziati dal Global Gateway. L’eurodeputata chiede esplicitamente se la Commissione intenda pubblicare un quadro completo dei contratti e subappalti assegnati a società extra-UE, incluse quelle cinesi o quelle europee con significativa partecipazione o controllo cinese.

La domanda tocca un nervo scoperto: come può un’iniziativa nata per affermare l’autonomia strategica dell’Europa affidare l’esecuzione dei propri progetti a imprese legate alla principale potenza rivale? La risposta della Commissione si limita a richiamare le norme del Regolamento finanziario sulla trasparenza e i controlli ex ante ed ex post, senza affrontare direttamente il punto sollevato. Nessun impegno a pubblicare l’elenco dei contractor non europei, nessuna spiegazione su come vengano verificate le catene di proprietà e controllo delle società aggiudicatarie.

Chi beneficia davvero dei fondi?

Il secondo interrogativo riguarda l’impatto reale sui territori. L’eurodeputata chiede quali meccanismi vincolanti garantiscano che i fondi del Global Gateway producano benefici tangibili per le popolazioni locali, piuttosto che arricchire principalmente grandi contractor internazionali o servire interessi strategici stranieri.

La Commissione risponde richiamando il cosiddetto approccio a 360 gradi, che combinerebbe competenze del settore pubblico, supporto istituzionale, trasferimento tecnologico e coinvolgimento della società civile. Una risposta che descrive intenzioni e principi, ma non fornisce dati concreti su quanta parte dei fondi rimanga effettivamente nei Paesi beneficiari e quanta invece torni nelle casse dei grandi gruppi internazionali che si aggiudicano gli appalti.

È un problema strutturale ben noto nella cooperazione internazionale: i fondi per lo sviluppo spesso percorrono un lungo viaggio attraverso consulenti, contractor e subappaltatori prima di raggiungere , se ci arrivano , i destinatari finali.

La migrazione come leva: fondi condizionati ai rimpatri?

Il terzo punto è il più politicamente carico. Ehlers chiede se la Commissione intenda rendere tutti i futuri finanziamenti del Global Gateway strettamente condizionati alla cooperazione dei Paesi partner in materia di contrasto all’immigrazione irregolare e facilitazione delle procedure di rimpatrio e riammissione.

Su questo la risposta di Bruxelles è più articolata. La Commissione non si impegna a una condizionalità generalizzata, ma segnala che la proposta per il prossimo strumento di finanziamento esterno , il cosiddetto Global Europe, prevede già la possibilità di sospendere i programmi con i Paesi che presentino “gravi carenze” nelle procedure di riammissione dei propri cittadini. Una sospensione che non riguarderebbe però gli aiuti umanitari.

In sostanza: la leva della condizionalità migratoria esiste già nel disegno normativo, ma la sua applicazione è discrezionale e subordinata a una valutazione complessiva delle relazioni con il Paese interessato. Una flessibilità che, a seconda dei punti di vista, può essere letta come saggezza diplomatica o come un modo per lasciare Bruxelles le mani libere senza vincoli realmente esigibili.

Letta nel suo insieme, la replica del commissario Síkela è quella di chi conosce bene l’arte della risposta istituzionale: citare regolamenti, richiamare principi, evocare meccanismi di controllo senza entrare nel merito delle accuse specifiche. Trasparenza, stato di diritto, diritti umani, approccio olistico , le parole d’ordine ci sono tutte. Mancano i dati, mancano gli elenchi, mancano le risposte concrete.

Resta aperta, in particolare, la domanda più scomoda: se il Global Gateway serve davvero a rafforzare l’autonomia strategica europea, perché la Commissione non è in grado , o non è disposta , a dire con precisione chi sta eseguendo i lavori e chi sta incassando i fondi Ue?

foto Source EC – Audiovisual Service Photographer : Xavier Lejeune Copyright European Union , 2026