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Giustizia. Tra IA, scorciatoie digitali si consuma il crollo dell’autorevolezza dei tribunali?

C’è una crepa sempre più profonda nel cuore della giustizia italiana. Una frattura che non nasce solo dai ritardi cronici o dalla carenza di risorse, ma da una deriva ben più inquietante: la progressiva delega del lavoro giudiziario a strumenti tecnologici come Lexroom e altre piattaforme digitali, utilizzate – sempre più spesso – da avvocati e magistrati per redigere atti, consultare precedenti e persino costruire provvedimenti giudiziari.

L’ultimo caso è emblematico e inquietante: un magistrato finito sotto inchiesta disciplinare per aver depositato una sentenza di appello contenente citazioni giurisprudenziali inesistenti, con ogni probabilità generate da un sistema di intelligenza artificiale. Non un refuso, non una svista marginale, ma un impianto motivazionale basato su precedenti inventati. Un cortocircuito che trasforma la toga in un accessorio e il giudizio in un output algoritmico.

È la giustizia “allucinata”, dove la macchina inventa e l’umano non verifica. Dove la fatica dello studio viene sostituita dalla comodità della consultazione automatica. Dove l’autorevolezza della decisione giudiziaria si dissolve sotto il peso di scorciatoie digitali.

La vicenda nasce da una sentenza di secondo grado in materia fiscale, poi impugnata in Cassazione. Gli Ermellini, analizzando le motivazioni, hanno scoperto un fatto surreale: i precedenti citati non esistevano. Non errori di interpretazione, ma giurisprudenza fantasma.

Il sospetto – ormai più che fondato – è che la sentenza sia stata costruita con l’ausilio di un software di IA, incapace di trovare basi legali reali e dunque pronto a “inventarle”. Un errore che non è solo tecnico, ma istituzionale, perché mina la credibilità dell’intero sistema giudiziario.

Il problema, però, va oltre il singolo caso. Strumenti come Lexroom vengono sempre più utilizzati per editare atti, suggerire argomentazioni, rielaborare testi e supportare le decisioni. Formalmente sono strumenti di lavoro. Nei fatti, rischiano di diventare stampelle cognitive per operatori che rinunciano alla responsabilità piena del proprio ruolo.

Non tutti i magistrati e gli avvocati seguono questa deriva, ma una quota crescente sì. E il risultato è una giustizia che appare sempre meno frutto di studio, ragionamento e autonomia critica, e sempre più prodotto di flussi automatizzati.

Se una sentenza può contenere precedenti inventati, se un provvedimento può essere scritto da un software, se la responsabilità umana si diluisce dietro uno schermo, allora che valore ha ancora il principio del giusto processo?