Giovani lontani dai mestieri tecnici e dal lavoro dei genitori: una generazione sempre più viziata e fragile.
I giovani italiani sognano l’università, rifiutano i mestieri tecnico-pratici e non vogliono seguire le orme dei genitori. Ma dietro questa fotografia della Generazione Alpha si intravede un nodo più profondo: con queste premesse, il rischio concreto è quello di avere in futuro ragazzi sempre meno indipendenti e sempre più distanti dal mercato del lavoro reale.
A scattare il quadro è la nuova edizione dell’Osservatorio “Dopo il diploma”, promosso dal Centro Nazionale Orientamento di Elis in collaborazione con Skuola.net, su un campione di circa 1.500 studenti delle scuole superiori. I dati raccontano una generazione che guarda al futuro con ambizioni elevate ma anche con una diffusa inquietudine: il 43,3% degli intervistati si dichiara “completamente” o “tendenzialmente” sfiduciato.
Oltre la metà degli studenti giudica poco utili le attività proposte dalle scuole. E mentre il 65% chiede esperienze dirette in azienda, solo il 10,9% dichiara di aver svolto attività di orientamento in contesti lavorativi reali. La scuola resta chiusa in se stessa: il 37,5% degli incontri avviene con docenti interni, appena il 6,4% con professionisti d’impresa.
Il primo vero contatto con il lavoro resta così la famiglia. L’85,5% dei ragazzi conosce bene l’attività dei genitori. Eppure solo il 13,6% intende seguirne le orme. Le ragioni? Per alcuni non è una vocazione, per altri è un lavoro ritenuto poco prestigioso, poco remunerativo o troppo sacrificante. È qui che emerge un cambio culturale netto: il lavoro non è più percepito come dovere o percorso di costruzione graduale, ma come spazio di autorealizzazione immediata, ben retribuito e compatibile con il tempo libero.
Oltre la metà degli studenti sogna un’occupazione che valorizzi le passioni (56,9%), garantisca un buon stipendio (52%) e offra equilibrio tra vita privata e professionale (50,7%). Aspirazioni legittime, ma che si scontrano con un mercato che richiede competenze tecniche, adattabilità e disponibilità al sacrificio. Una distanza che affonda le radici in decenni di “finto benessere” costruito dalla classe media italiana, dove il lavoro manuale o tecnico è stato spesso raccontato come un ripiego, più che come un’opportunità.
Non a caso, il 48,9% degli studenti esclude a priori i mestieri tecnico-pratici. Per il 41% “non piacciono”, per il 27% non sono coerenti con le proprie capacità. Seguono motivazioni legate a fatica, prestigio sociale, remunerazione o approvazione familiare. Eppure è proprio su queste professioni che molte aziende concentrano da anni la ricerca di personale, senza riuscire a coprire le posizioni disponibili.
L’università diventa così l’approdo quasi obbligato: il 67% intende proseguire gli studi, contro il 51% del 2022. Ma l’Italia resta penultima in Europa per numero di giovani laureati (31,6% contro una media UE del 44%) e registra tassi di abbandono universitario significativi già dal primo anno. Il rischio è che l’ateneo venga percepito come rifugio più che come scelta consapevole, alimentando frustrazione e ritardi nell’ingresso nel mondo del lavoro.
Il disallineamento tra aspirazioni e realtà produttiva tra i giovani italiani è evidente. In futuro, dunque, non sorprenderà leggere dati statistici su una generazione meno autonoma economicamente, più dipendente dalle famiglie e più esposta alla precarietà.
D’altronde il modello culturale di oggi, tra social network e un analfabetismo critico ormai endemico, ha fatto il suo corso. E senza un recupero del valore della competenza tecnica, dell’impegno e della gradualità, il futuro rischia di presentare un conto salato in termini di occupazione e indipendenza.
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