14 Marzo 2026
Politica

Giovani. La retorica della Repubblica e il vuoto della responsabilità

È sempre rassicurante parlare di pace, coesione e fiducia nelle istituzioni quando non si è chiamati a misurarsi con le loro contraddizioni concrete. È comodo evocare la resilienza dei giovani da una posizione che non conosce l’esclusione sistemica, i percorsi decisionali opachi, l’assenza cronica di politiche realmente inclusive.

Il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica si colloca esattamente in questa zona di comfort: solenne, ben scritto, ma profondamente elusivo. Presidente Mattarella, questa volta il suo intervento non è stato alla pari dei precedenti.

Si attraversano ottant’anni di storia repubblicana come se fossero un album di famiglia, accuratamente selezionato per evitare le fotografie scomode. Si celebrano conquiste, riforme, successi internazionali, ma si tace sul progressivo svuotamento della promessa costituzionale per intere generazioni. In particolare per quella dei giovani italiani, da decenni esclusi dai processi decisionali, precarizzati nel lavoro, espulsi dal diritto alla casa, costretti all’emigrazione come unica forma di mobilità sociale.

Si parla di pace come “modo di pensare”, ma non si stigmatizza mai l’azione di un esecutivo e di un legislatore che da lustri praticano il conflitto sociale interno: tra garantiti e non garantiti, tra insider e outsider, tra chi conta e chi aspetta. Si invita a “disarmare le parole”, mentre si accetta che la politica continui a disarmare i diritti.

È facile richiamare la Costituzione quando non si nomina mai chi la svuota quotidianamente. È facile ricordare l’unità dei costituenti senza interrogarsi su quanto oggi le istituzioni siano diventate impermeabili al dissenso, chiuse alla partecipazione, autoreferenziali. È facile evocare la Repubblica come “noi” quando, nei fatti, milioni di cittadini – giovani in primis – non hanno alcun accesso reale al “noi” delle decisioni. Basterebbe guardare, per esempio, alla gestione del Fondo nazionale per le Politiche Giovanili per togliersi ogni dubbio…

Colpisce, in particolare, il passaggio rivolto alle nuove generazioni. Ancora una volta, si chiede fiducia, coraggio, responsabilità. Ancora una volta, si ribalta l’onere: ai giovani il dovere di credere, alle istituzioni il privilegio di non dimostrare. Ma la fiducia non è un atto di fede. È una conseguenza. E senza esempi concreti di politiche lungimiranti, senza investimenti strutturali, senza spazi reali di partecipazione, la fiducia resta una parola vuota. Non dovrebbe sorprendere, dunque, il progressivo crollo della partecipazione elettorale nel nostro Paese. Perché continuare a votare esponenti di partiti che poi alla fine o sono degli ignoranti con bacini elettorali importanti o policy makers illuminati incapaci di fare la differenza in un sistema pesantemente votato alla distrazione di risorse pubbliche?

Non basta dire che “nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia” quando quella democrazia appare sempre più procedurale e sempre meno sostanziale. Non basta celebrare il passato se il presente è segnato da diseguaglianze crescenti e da un futuro percepito come inaccessibile.

Il Presidente della Repubblica ha il dovere costituzionale di rappresentare l’unità nazionale. Ma l’unità non si costruisce con la rimozione del conflitto né con la narrazione autocelebrativa. Si costruisce chiamando per nome le responsabilità politiche, anche – e soprattutto – quando riguardano l’inerzia o la miopia di chi governa. Magari, con un pò di coraggio, anche rifiutare di firmare alcune leggi.

In questo discorso, invece, l’organo di garanzia sceglie di non garantire: né una critica chiara, né una presa di posizione netta, né un’assunzione di responsabilità istituzionale verso chi, da troppo tempo, resta fuori dal racconto ufficiale della Repubblica.

foto Quirinale.it