5 Settembre 2026
Sardegna

Giovani italiani: consapevoli ma sfiduciati. “La nostra voce non conta”

Conoscono i problemi del mondo, li capiscono, li sentono sulla pelle , ma non credono di poter cambiare le cose. È il paradosso che emerge da una vasta ricerca sulle nuove generazioni italiane, e che fotografa una gioventù lucida e sensibile ma paralizzata dalla sfiducia nelle istituzioni e nell’azione collettiva.

L’indagine, realizzata dal Forum Disuguaglianze e Diversità con il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo, ha coinvolto circa 3.000 studenti tra i 17 e i 19 anni in 21 istituti scolastici di tutta Italia, nell’arco di oltre due anni , da ottobre 2023 ad aprile 2026. I risultati, presentati nell’ambito del progetto “A prova di futuro! Giovani e protagonismo”, restituiscono un ritratto tanto nitido quanto preoccupante.

Le paure: lavoro, guerra e invisibilità.

In cima alle preoccupazioni dei ragazzi c’è la “mancanza di lavoro” (3,8 punti su 5), seguita dalla guerra (3,6), dai “diritti delle persone” e dallo “scarso peso della voce dei giovani” (entrambi a 3,5). Sul cambiamento climatico e la perdita di biodiversità le opinioni si polarizzano: circa un quarto dei giovani esprime la massima preoccupazione, mentre quasi il 20% non ne manifesta alcuna.

Il dato più allarmante riguarda però la percezione di contare: l’81,5% dei giovani intervistati ritiene che la propria voce non abbia alcun peso nelle decisioni che contano. Un dato abissale se confrontato con la media della popolazione italiana rilevata da Eurobarometro nel 2023, che si ferma al 41%.

Sensibili e soli: il rifiuto dell’azione collettiva.

I giovani dimostrano una notevole capacità di analisi sistemica: individuano nel “modo di produzione estrattivo” la principale causa del collasso climatico (4,1 punti), più ancora che nei comportamenti individuali (3,9). Sul fronte delle disuguaglianze, il colore della pelle è percepito come la principale fonte di iniquità (69%), seguita dal genere (52,8%) e dalla classe sociale (50,9%), dato quest’ultimo che smentisce la vulgata di una generazione indifferente alle disparità economiche strutturali.

Eppure, di fronte alle ingiustizie, la risposta prevalente resta individuale: uso corretto delle risorse, voto alle elezioni, consumi consapevoli. Tutte le forme di azione collettiva , partiti, manifestazioni, associazioni, mobilitazioni , vengono invece giudicate negativamente dalla maggioranza, con punteggi medi compresi tra 1,8 e 2,4 su 5. La sfiducia nasce dalla convinzione che le organizzazioni abbiano una loro agenda, non ascoltino i nuovi entranti o siano semplicemente inefficaci.

Il crollo della partecipazione elettorale.

Il fenomeno si riflette anche sui dati elettorali. La partecipazione giovanile alle elezioni politiche è precipitata dall’87% del periodo 1994-2006 al 60% del 2022. Significativo, però, il rimbalzo al 67% registrato nel referendum del 2026, dove ai cittadini veniva chiesto di esprimersi con un semplice sì o no su una proposta concreta. Un segnale che i giovani non sono apatici per natura, ma cercano forme di partecipazione più dirette e comprensibili.

Una strada possibile: parlare con i giovani, non per loro.

Un spiraglio lo offre la reazione dei ragazzi a una proposta di politica concreta: l’eredità universale al compimento dei 18 anni, avanzata dal ForumDD sin dal 2019. Il 74,6% si è dichiarato favorevole, e in ogni incontro la misura ha innescato dibattiti vivaci e argomentati , segno che il potenziale di coinvolgimento esiste, ma va stimolato nel modo giusto.

Il messaggio è chiaro: se si vuole riavvicinare i giovani alla vita pubblica, bisogna smettere di fare politica per loro e cominciare a farla con loro.

foto Holger Langmaier da Pixabay.com