Giovani in fuga dalla Sardegna: decenni di evidenze ignorate e milioni spesi male
Nonostante i dati sull’emigrazione giovanile in Sardegna siano sotto gli occhi di tutti da anni, la Regione non ha ancora prodotto una sola legge organica per i giovani sardi (tutto resta fermo alla legge del 1999). Nel frattempo crescono i corsi di formazione inutili, la retorica anche da parte di questa maggioranza al governo della regione e le iniziative calate dall’alto.
Come un bollettino di guerra, ogni anno la risposta delle istituzioni è la stessa: silenzio legislativo, qualche convegno, e una nuova pioggia di fondi pubblici spesi senza progettualità e co-programmazione con i portatori di interesse qualificati. L’isola si svuota, i giovani partono, e la politica regionale , quando si ricorda di loro , li affida a iniziative estemporanee che non cambiano nulla di strutturale.
Il paradosso è stridente. Le risorse non mancano: il Fondo Nazionale per le politiche giovanili continua ad alimentare l’esecutivo regionale, l’ASPAL gestisce programmi e una costellazione di altre iniziative dalle sigle variabili. Ma una costante accomuna tutto: l’assenza totale di co-programmazione con i giovani stessi e con i portatori di interesse del settore. Decisioni calate dall’alto, progettate senza ascoltare chi dovrebbe beneficiarne. Il risultato è sotto gli occhi di tutti:proliferano i corsi e i giovani continuano ad andarsene.
In questo deserto programmatico, è inevitabile guardare indietro con una certa nostalgia critica. L’esperienza di Renato Soru con il Master and Back , strumento imperfetto ma dotato di una logica chiara, quella di attrarre competenze qualificate , rappresenta ancora oggi uno dei rari tentativi di costruire una politica giovanile con una visione. Sul fronte comunale, Emilio Floris alla guida di Cagliari introdusse strumenti concreti e realmente a fondo perduto: voucher per i giovani privi di retorica, voucher per il sostegno all’indipendenza abitativa. Misure che, a differenza di molte delle attuali iniziative per l’imprenditoria giovanile, non erano specchietti per le allodole.
Perché questa distinzione conta. C’è una differenza sostanziale tra politiche che mettono risorse nelle mani dei giovani in modo diretto e verificabile, e iniziative che distribuiscono fondi attraverso filiere burocratiche dove il valore evaporato lungo il percorso è spesso superiore a quello che raggiunge il destinatario finale. Ormai prevale il secondo modello.
Milioni di euro investiti, o meglio: spesi. I risultati si vedono. O meglio, non si vedono , se non nelle statistiche sull’emigrazione, nei paesi sempre più deserti, nelle lauree conseguite altrove e mai riportate a casa. La Sardegna continua a formare giovani per il continente e per l’Europa. E la politica regionale, forte dei fondi europei, continua a chiamarlo sviluppo.
La domanda che nessuno sembra volersi porre è semplice: quando si farà una legge? Una norma che disciplini in modo organico, partecipato e verificabile le politiche giovanili regionali. Non un’altra circolare, non un altro programma a sportello. Una legge. Con obiettivi, risorse vincolate, meccanismi di valutazione e , soprattutto i giovani e le organizzazioni giovanili seduti al tavolo dove si decide.
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