13 Maggio 2026
Sardegna

Giovani e periferie, un quadro nazionale tra disuguaglianze e povertà educativa.

Come vivono gli adolescenti nelle periferie delle città italiane? E quanto incide il luogo in cui si cresce sulle opportunità sociali, economiche ed educative? Sono domande centrali e sempre più urgenti, soprattutto dopo la pandemia, che ha reso visibili fragilità già presenti e spesso trascurate. Le periferie, oggi, non sono lontane dal centro solo in senso geografico, ma anche sul piano economico, sociale e culturale.

Negli ultimi anni il dibattito pubblico sul disagio giovanile si è intensificato, ma spesso è stato condizionato da un eccesso di informazioni frammentate e da una carenza di dati strutturati. Il rischio, evidenzia il report di Openpolis, è duplice: da un lato l’allarmismo emergenziale, dall’altro la sottovalutazione del fenomeno. Per questo, partire dai numeri resta l’unica strada per comprendere davvero la condizione dei giovani e costruire politiche efficaci.

Povertà e disuguaglianze educative.

Nel 2024 il 13,8% dei minori di 18 anni viveva in povertà assoluta, una quota nettamente superiore alla media nazionale del 9,8%. Il fenomeno è particolarmente accentuato nelle città, dove il costo della vita rende più difficile per le famiglie sostenere la crescita dei figli: nei comuni centro di area metropolitana, la povertà assoluta tra i nuclei con minori raggiunge il 16,1%.

Questa condizione economica è strettamente legata alla cosiddetta “trappola della povertà educativa”. Chi cresce in una famiglia con minori risorse ha meno accesso a opportunità formative, culturali e sociali, con effetti diretti sugli esiti scolastici e sulle prospettive future. In Italia, il percorso educativo continua a riflettere fortemente l’origine sociale: nel 2024 solo il 16% dei diplomati dei licei proveniva da famiglie operaie, mentre questi studenti erano quasi il 28% negli istituti tecnici e oltre un terzo nei professionali.

Dispersione scolastica: meno abbandoni, più fragilità nascoste.

Se da un lato l’abbandono scolastico precoce è sceso sotto il 10% — attestandosi al 9,8% tra i giovani di 18-24 anni — dall’altro cresce la preoccupazione per la dispersione implicita. Si tratta di studenti che completano il percorso di studi, ma con competenze inadeguate. Dopo l’impennata registrata durante la pandemia, la quota di ragazzi che arrivano al termine delle superiori con livelli insufficienti nelle materie di base resta ancora vicina al 10%, segno che il recupero post-Covid non è completo.

Le differenze sociali sono evidenti: tra gli studenti con famiglie a basso status socio-economico, la dispersione implicita riguarda quasi il 10% alla fine delle superiori, contro il 5,3% dei coetanei più avvantaggiati. In terza media il divario è ancora più netto.

Anche sul piano territoriale emergono forti squilibri. Campania, Sardegna, Sicilia e Calabria superano ampiamente il 10% di dispersione implicita, confermandosi tra le regioni più fragili nonostante i progressi sull’abbandono scolastico esplicito.

Periferie urbane più esposte.

Nelle aree urbane densamente popolate l’abbandono scolastico precoce sfiora l’11%, un valore superiore alla media nazionale e lontano dagli obiettivi europei. Si tratta di un fenomeno che convive con altre forme di esclusione sociale, come la diffusione dei Neet — giovani che non studiano e non lavorano — particolarmente elevata nel Mezzogiorno.

Catania, Palermo e Napoli guidano la classifica dei capoluoghi metropolitani con la più alta incidenza di famiglie con figli in potenziale disagio economico e con le maggiori quote di Neet. In queste città, il legame tra condizioni di partenza, difficoltà educative e inattività giovanile appare particolarmente evidente.

Scuola e comunità come presidi sociali.

Accanto alle dimensioni economiche ed educative, pesa anche la qualità della vita sociale degli adolescenti. Negli ultimi vent’anni, la quota di giovani che incontra quotidianamente i propri amici si è dimezzata, passando da oltre il 70% a poco più del 30%. Un cambiamento influenzato anche dalle nuove tecnologie, ma che rende ancora più urgente garantire spazi di aggregazione sicuri e accessibili.

In questo quadro, la scuola può svolgere un ruolo decisivo. L’apertura pomeridiana degli istituti e l’offerta di attività educative extra-scolastiche rappresentano strumenti fondamentali per contrastare la dispersione e ridurre i divari educativi. Una scuola aperta è anche un presidio sociale, soprattutto nelle periferie urbane dove mancano luoghi di incontro e opportunità culturali.

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