Giovani e lavoro, l’Europa spende miliardi ma i risultati restano nebulosi
Soldi pubblici, obiettivi vaghi e risultati che nessuno sa davvero misurare. È questo, in sintesi, il ritratto impietoso che la Corte dei Conti europea traccia delle politiche UE sull’occupazione giovanile nell’ultima relazione speciale pubblicata. Un documento che solleva domande scomode su come Bruxelles abbia gestito un capitolo di spesa enorme , 25 miliardi di euro dal 2014 , senza mai chiedersi davvero se quei fondi abbiano cambiato qualcosa nella vita dei giovani europei.
Il paradosso dei numeri.
I dati di partenza sembrano rassicuranti: il tasso di disoccupazione giovanile (fascia 15-29 anni) è sceso dal 20% del 2013 a meno del 12% oggi. Un calo significativo, che però nasconde una realtà ben più amara. Nel 2025 i giovani disoccupati nell’UE sono ancora 4,7 milioni. E soprattutto, la probabilità che un giovane sia senza lavoro rimane il doppio rispetto alla media della forza lavoro adulta. Dieci anni di politiche, miliardi spesi, e il divario generazionale sul mercato del lavoro è rimasto sostanzialmente invariato nella sua natura strutturale.
Il problema irrisolto.
Il vizio d’origine delle misure finanziate dall’UE, secondo i magistrati contabili europei, è uno solo ma devastante: contano le assunzioni, non la stabilità. Gli indicatori attualmente in uso fotografano la situazione occupazionale dei beneficiari solo dopo sei mesi dalla fine del sostegno. Dopodiché, il buio.
Nessuno sa se quei giovani siano ancora impiegati dopo un anno, dopo diciotto mesi. Nessuno verifica se il lavoro trovato sia precario o stabile, se si sia tradotto in un’effettiva integrazione nel mercato del lavoro o in un semplice passaggio temporaneo. Come osserva il membro della Corte responsabile dell’audit, Carlo Alberto Manfredi Selvaggi, “senza obiettivi più chiari e risultati a lungo termine dimostrati, è difficile sapere se i fondi pubblici riescono veramente a fare la differenza“.
Incentivi senza target.
Ancora più grave è ciò che emerge sull’utilizzo degli incentivi all’assunzione destinati ai datori di lavoro. Secondo la Corte, questi strumenti erano scarsamente mirati ai soggetti più vulnerabili, aumentando il rischio concreto che il denaro pubblico abbia semplicemente finanziato posti di lavoro che le aziende avrebbero comunque creato. In gergo tecnico si chiama “effetto deadweight”: si paga per qualcosa che sarebbe accaduto ugualmente.
A ciò si aggiunge un’altra lacuna strutturale: gli incentivi non erano collegati alla formazione sul posto di lavoro. Un errore non da poco, in un’epoca in cui il disallineamento tra le competenze dei giovani e le esigenze reali del mercato , soprattutto nei settori in difficoltà nel reperire personale qualificato , è uno dei principali freni all’occupazione stabile.
La trappola dei giovani “invisibili”.
C’è poi la questione dei cosiddetti giovani “inattivi”: quelli che non lavorano e non cercano nemmeno lavoro, scoraggiati o bloccati da ostacoli di natura sociale, sanitaria o educativa. Un target che va ben oltre le competenze della sola politica del lavoro. La Corte riconosce che il quadro UE prevede attività di sensibilizzazione dedicate, ma constata che questi giovani rimangono il gruppo più difficile da intercettare. Sono i più fragili, quelli che più avrebbero bisogno di intervento, e sono anche quelli che i programmi esistenti faticano maggiormente a raggiungere.
Italia e Spagna: metà dei fondi, risultati da dimostrare.
Non è un dettaglio secondario che Italia e Spagna da sole assorbano quasi il 47,5% dei finanziamenti europei per l’occupazione giovanile. Due Paesi che storicamente registrano tra i tassi di disoccupazione giovanile più alti del continente. L’audit , che ha esaminato proprio Germania, Spagna e Italia nel periodo 2014-2020 , non fornisce un bilancio positivo: a fronte di risorse ingenti, la capacità di dimostrare impatti duraturi resta debole.
Cosa non ha funzionato.
Il quadro che emerge dalla relazione è quello di un sistema che ha privilegiato la quantità degli interventi sulla qualità dei risultati, l’azione sull’impatto, la spesa sul cambiamento. Mancano definizioni condivise di “inserimento lavorativo riuscito”. Mancano indicatori di lungo periodo. Mancano obiettivi specifici e misurabili. E quando gli obiettivi sono vaghi, il rischio , come avverte la Corte , è che i fondi pubblici vengano allocati senza una reale bussola di efficacia.
La Garanzia Giovani, lanciata nel 2013 come risposta strutturale alla crisi occupazionale post-2008 e potenziata nel 2020 per includere i 15-29enni, resta uno strumento importante. Ma uno strumento, per quanto ben finanziato, non basta da solo. Servono obiettivi chiari, monitoraggio serio e , soprattutto , la volontà politica di misurare non solo quanti giovani trovano lavoro, ma quanti riescono davvero a tenerlo.
Nel frattempo, le tante anime pie che pontificano sull’importanza di iniziative di scarso impatto, come la carta giovani, sulle azioni Erasmus+ (che prodducono effetti fino alla durata del progetto) e sulle altre estemporanee iniziative per i giovani possono continuare nella propria opera di corredo alla retorica istituzionale europea e di agenti di disinformazione.
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