Giornata Mondiale dell’Emoji: la storia dietro il linguaggio digitale di oggi
Un cuore, un pollice in su o la ormai celebre faccina che ride fino alle lacrime: le emoji sono diventate una delle forme di espressione digitale più universalmente comprese al mondo.
Oggi, in tutto il pianeta, milioni di utenti celebrano la Giornata Mondiale dell’Emoji riempiendo i social network dei propri simboli preferiti, votando l’emoji dell’anno e partecipando a conversazioni che celebrano quello che ormai è diventato un vero e proprio linguaggio visivo globale. Anche aziende tecnologiche, marchi e piattaforme online colgono tradizionalmente l’occasione per lanciare campagne a tema o presentare le novità in arrivo sulle tastiere digitali. Quest’anno la ricorrenza coincide con le fasi finali della Coppa del Mondo FIFA, tanto che WhatsApp ha temporaneamente ridisegnato l’emoji del pallone da calcio grazie a una collaborazione con Adidas.
Le origini della ricorrenza.
La Giornata Mondiale dell’Emoji cade il 17 luglio perché quella era la data che compariva da tempo sull’icona del calendario di Apple, in omaggio al lancio dell’applicazione iCal nel 2002. Fu il fondatore di Emojipedia, Jeremy Burge, a scegliere quella data nel 2014 per dare il via alla celebrazione annuale. Da allora, quella che era inizialmente una ricorrenza di nicchia si è trasformata in un evento internazionale abbracciato da aziende tecnologiche, utenti dei social media e dallo Unicode Consortium, l’organizzazione no-profit che standardizza le emoji su tutte le piattaforme digitali.
La storia delle emoji, però, comincia prima. Nel 1999 il designer giapponese Shigetaka Kurita creò il primo set di emoji ampiamente riconosciuto per il servizio internet mobile i-mode di NTT Docomo: 176 semplici icone da 12×12 pixel ispirate ai simboli meteorologici, alla segnaletica stradale e ai manga giapponesi. Prima ancora, le “faccine” testuali , come la celebre “:-)” ideata nel 1982 dall’informatico Scott Fahlman , avevano già gettato le basi per esprimere emozioni online.
Nel 2007 fu Google a proporre l’inserimento delle emoji nello standard Unicode, aprendo la strada a un utilizzo coerente su tutte le piattaforme, mentre l’introduzione da parte di Apple di una tastiera dedicata nel 2011 ne favorì la diffusione su scala globale. Oggi lo standard Unicode conta oltre 3.950 emoji, con nuove aggiunte approvate ogni anno.
Le emoji hanno conquistato anche la cultura popolare: il film d’animazione The Emoji Movie, prodotto da Sony Pictures nel 2017 e incentrato su un’emoji dalle mille espressioni di nome Gene, fu accolto con dure critiche dalla stampa specializzata ma incassò comunque oltre 217 milioni di dollari nel mondo.
Da piccole icone a linguaggio globale.
Ogni giorno vengono inviate miliardi di emoji, rendendole una delle forme di comunicazione digitale più diffuse in assoluto. Il termine “emoji” deriva dal giapponese e unisce i caratteri “e” (immagine) e “moji” (carattere) , nonostante l’assonanza, non ha alcun legame etimologico con la parola inglese “emotion”.
In vista della celebrazione di quest’anno, Emojipedia ha eletto “Distorted Face” come emoji più popolare del 2026. Nonostante le centinaia di nuove aggiunte nel corso degli anni, però, i volti più familiari continuano a dominare le conversazioni globali: la faccina con le lacrime di gioia resta l’emoji più utilizzata al mondo, seguita dal volto che piange a dirotto e dal cuore rosso.
Critiche e questioni aperte.
Le emoji non sono comunque prive di controversie, legate a temi di razza, cultura e politica. I primi set erano quasi esclusivamente a pelle chiara, e diversi ricercatori hanno sottolineato come il design originariamente “monocromatico” dello Unicode Consortium non avesse tenuto conto della carica politica insita in un’immagine. Per colmare questa lacuna, Apple e Unicode introdussero i modificatori di tonalità della pelle nel 2015.
Resta inoltre irrisolto il lato oscuro dell’uso improprio delle emoji per veicolare razzismo, xenofobia e discorsi d’odio: poiché gli algoritmi di moderazione automatica dei contenuti sono pensati principalmente per analizzare il testo, alcuni utenti sfruttano le emoji come scappatoia per aggirare i filtri di sicurezza digitale.
Questo intreccio tra comunicazione digitale e diritto ha aperto anche nuove questioni legali. Un’analisi pubblicata a maggio sulla Transatlantic Law Journal ha documentato un numero crescente di cause giudiziarie in cui i tribunali hanno dovuto interpretare il significato di un’emoji, chiamati a stabilire se un singolo simbolo possa costituire una firma elettronica legalmente vincolante, un’accettazione contrattuale o persino una forma di molestia.
foto David Bawm da Pixabay.com
