Gaza, l’esercito israeliano non arretra: “Resteremo sulla Yellow Line”
L’esercito israeliano non intende ritirarsi dalla cosiddetta “Yellow Line” e manterrà (diversamente dagli accordi presi) le proprie posizioni nella Striscia di Gaza, mentre Israele non modificherà il proprio approccio alle operazioni mirate contro i miliziani armati. Lo ha dichiarato alla TASS Dmitri Gendelman, consigliere dell’ufficio del primo ministro israeliano, all’indomani dell’incontro tra il premier Benjamin Netanyahu e Jared Kushner, genero e inviato del presidente statunitense Donald Trump.
“L’IDF non arretrerà dalla ‘Yellow Line’, resteranno nelle posizioni attuali e continueranno a contrastare qualsiasi minaccia alle proprie forze e ai propri cittadini. Israele non cambierà nemmeno il proprio approccio verso le uccisioni mirate dei miliziani”, ha affermato Gendelman. Secondo il consigliere, durante l’incontro è stato ribadito che non ci sarà alcuna ricostruzione della Striscia finché Hamas non sarà disarmato in tutta l’enclave.
Proprio l’incontro tra Netanyahu e Kushner avrebbe fatto emergere divergenze significative, secondo quanto riportato dall’emittente israeliana Channel 15. Netanyahu avrebbe ribadito l’intenzione di proseguire le operazioni di eliminazione mirata a Gaza, mentre l’inviato di Trump si sarebbe detto contrario a tale linea, nel tentativo di far avanzare l’accordo di cessate il fuoco. Kushner era arrivato in Israele domenica sera dall’Egitto, dove aveva incontrato il presidente Abdel Fattah al-Sisi e una delegazione di Hamas guidata dal capo dell’ufficio politico Khalil al-Hayya.
Netanyahu, insomma, continua a chiedere il disarmo completo di Hamas prima di avviare qualsiasi ritiro delle truppe israeliane da Gaza, mentre il movimento islamista afferma di essere pronto a consegnare le armi solo se ciò sarà accompagnato da un ritiro israeliano graduale e concordato.
Il premier israeliano ha inoltre respinto il piano in 15 punti per Gaza, insistendo sulla priorità del disarmo, nonostante la tabella di marcia presentata dal Board of Peace lo scorso 31 luglio preveda che disarmo di Hamas e ritiro israeliano procedano in parallelo. Israele, dunque, conferma tutta la propria inaffidabilità e mancanza del rispetto degli accordi internazionali.
Le fazioni palestinesi accusano Israele di bloccare la tregua.
Riunitesi ieri al Cairo, le fazioni palestinesi hanno attribuito a Israele la responsabilità dello stallo nell’attuazione dell’accordo di cessate il fuoco, accusandolo di essere tornato sui propri impegni della prima fase e di continuare a violare quotidianamente l’intesa. Secondo una nota diffusa da Hamas, il capo dell’ufficio politico del movimento, Khalil al-Hayya, ha aggiornato le altre fazioni sugli sviluppi degli incontri con funzionari egiziani, mediatori e garanti internazionali.
Le accuse si aggiungono a quelle mosse domenica da un gruppo di otto Paesi , Turchia, Egitto, Arabia Saudita, Giordania, Pakistan, Indonesia, Qatar ed Emirati Arabi Uniti , che in una dichiarazione congiunta hanno ritenuto Israele responsabile di ostacolare gli sforzi di pace a Gaza e nei restanti territori palestinesi occupati.
L’accordo di cessate il fuoco (se così si può definire viste le centinaia di vittime palestinesi) era entrato in vigore l’11 ottobre 2025. Secondo gli ultimi dati diffusi dal ministero della Sanità di Gaza, le violazioni israeliane dell’intesa avrebbero causato la morte di 1.262 palestinesi e il ferimento di altri 4.168. Le stesse fonti riferiscono che, dall’inizio dell’offensiva israeliana l’8 ottobre 2023, le vittime avrebbero superato le 73.000 unità, con oltre 174.000 feriti, in maggioranza donne e bambini, e danni a circa il 90% delle infrastrutture della Striscia.
Le fazioni hanno inoltre discusso della situazione in Cisgiordania occupata, denunciando l’espansione degli insediamenti illegali e gli attacchi contro i palestinesi, e hanno ribadito la richiesta di un’autodeterminazione piena e della nascita di uno Stato palestinese indipendente con Gerusalemme Est come capitale.
Berlino chiede sanzioni Ue contro Ben-Gvir.
Sul fronte politico, un esponente di primo piano della maggioranza di governo tedesca ha chiesto lunedì all’Unione europea di sanzionare il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir, esponente dell’estrema destra, per le sue dichiarazioni a favore dell’uccisione di decine di palestinesi a Gaza ogni notte. Jürgen Hardt, portavoce per la politica estera del gruppo parlamentare Cdu/Csu, ha definito le affermazioni di Ben-Gvir “disumanizzanti” e ha invitato Bruxelles a sanzionarlo “come segno della validità universale della dignità umana e dei diritti umani”, sostenendo che un governo israeliano senza Ben-Gvir avvicinerebbe Israele all’Europa.
Le parole di Hardt arrivano dopo che il ministro israeliano aveva dichiarato, in un’intervista, che Israele dovrebbe condurre ogni notte “eliminazioni mirate” a Gaza, uccidendo “30 o 40” persone, anziché limitare gli attacchi a chi rappresenta una minaccia immediata. La richiesta del parlamentare tedesco aumenta la pressione sul governo del cancelliere Friedrich Merz e sul ministro degli Esteri Johann Wadephul , entrambi esponenti della Cdu , affinché adottino provvedimenti nei confronti di Ben-Gvir, già colpito in passato da sanzioni di alcuni Paesi per accuse di incitamento alla violenza contro i palestinesi. L’Ue ha finora valutato misure simili senza però raggiungere l’unanimità necessaria.
foto Un Loey Felipe
