18 Luglio 2026
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Garanzia Giovani: più fondi ma l’impatto resta debole. Confermato il fallimento per il coinvolgimento dei NEET.

La Garanzia Giovani rafforzata rappresenta una cornice politica solida, ma i suoi risultati restano fragili e disomogenei. È il giudizio che emerge dallo studio del Servizio di Ricerca del Parlamento europeo (EPRS), pubblicato nel 2025 e realizzato da Nora Hahnkamper-Vandenbulcke e Katharina Eisele, che analizza l’attuazione della raccomandazione del Consiglio del 2020 sull’occupazione giovanile nei Paesi membri dell’Unione europea.

La riforma del programma ha introdotto cambiamenti rilevanti rispetto alla versione originaria del 2013. L’età dei beneficiari è stata estesa fino ai 29 anni, il concetto di “offerta” è stato ampliato includendo non solo lavoro ma anche formazione continua e apprendistati, ed è stato rafforzato l’orientamento verso i giovani più vulnerabili, in particolare i NEET. Dal punto di vista finanziario, la Garanzia Giovani è stata integrata nel Fondo Sociale Europeo Plus per il periodo 2021-2027, assicurando una base di risorse più stabile.

Lo studio si fonda su ricerche di campo approfondite in dieci Stati membri – tra cui Italia, Spagna, Francia, Germania e Polonia – e combina dati amministrativi, interviste ai coordinatori nazionali, questionari rivolti alle autorità competenti e analisi delle valutazioni già disponibili. Ne emerge un quadro in cui la Garanzia Giovani ha spesso agito come catalizzatore di riforme istituzionali e innovazioni nelle politiche del lavoro, ma senza produrre risultati uniformi.

Uno dei punti critici riguarda il rispetto dell’obiettivo centrale del programma, ovvero garantire a ogni giovane un’offerta di lavoro, formazione o tirocinio entro quattro mesi dall’ingresso nella disoccupazione o dall’uscita dal sistema educativo. Secondo lo studio, questo traguardo viene raggiunto in meno della metà dei casi osservati. I ritardi colpiscono soprattutto i giovani più distanti dal mercato del lavoro, quelli con livelli di istruzione più bassi e chi vive in aree rurali o periferiche.

Anche la qualità delle offerte rappresenta un nodo irrisolto. In molti Paesi, gli interventi si traducono prevalentemente in tirocini di breve durata o contratti temporanei, con un impatto limitato sulla stabilizzazione occupazionale. Solo pochi Stati monitorano sistematicamente cosa accade ai beneficiari a sei o dodici mesi dalla fine del percorso. Il confronto tra Paesi evidenzia differenze marcate: in Italia e Spagna l’uso di incentivi alle assunzioni è diffuso ma la trasformazione in lavoro stabile resta bassa; Germania e Austria ottengono risultati migliori grazie ai sistemi duali e all’apprendistato; Grecia e Croazia soffrono invece per la debolezza strutturale dei servizi pubblici per l’impiego.

Lo studio sottolinea inoltre come la capacità di intercettare i NEET più vulnerabili resti limitata (ora qualcuno/a smetterà di parlare di Garanzia Giovani in termini positivi?). Nonostante l’attenzione politica, i giovani più lontani dal mercato del lavoro sono spesso difficili da raggiungere, soprattutto quelli che non sono registrati presso i servizi per l’impiego. Le attività di outreach dipendono in larga misura da enti locali e dal terzo settore, che in molti contesti risultano sottodimensionati. Il rischio, evidenziano i ricercatori, è che la Garanzia Giovani finisca per favorire i profili più facilmente occupabili, lasciando indietro chi avrebbe maggiore bisogno di sostegno.

Sul piano della governance, l’integrazione nel Fondo Sociale Europeo Plus ha rafforzato il finanziamento del programma, ma ha anche messo in luce profonde differenze nella capacità amministrativa degli Stati membri. In diversi Paesi, procedure complesse e frammentazione delle competenze rallentano l’attuazione, mentre il coordinamento tra livello nazionale, regionale e locale rimane problematico. Un aspetto politicamente rilevante riguarda il ruolo dell’Unione europea: rispetto alla fase iniziale del programma, il coordinamento della Commissione si è indebolito e il monitoraggio dei risultati è diventato più formale, senza un vero meccanismo di responsabilità sugli esiti occupazionali.

Le conclusioni dello studio invitano a un cambio di approccio. Per rendere la Garanzia Giovani uno strumento realmente efficace, secondo l’EPRS, è necessario spostare l’attenzione dalla quantità alla qualità delle offerte, rafforzare i servizi pubblici per l’impiego, migliorare il monitoraggio degli esiti nel medio periodo e integrare maggiormente le politiche del lavoro con quelle dell’istruzione e del welfare.

Il giudizio di fondo è netto: la Garanzia Giovani resta uno strumento utile, ma da sola non può compensare mercati del lavoro segnati da precarietà, bassi salari e carriere frammentate. Senza un miglioramento strutturale della qualità del lavoro giovanile, avverte lo studio, il programma rischia di restare una politica di contenimento più che una leva capace di offrire ai giovani europei un futuro occupazionale solido.

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