FSE+ e giovani, la Giunta Todde rivendica il risultato: ma con chi ha davvero dialogato in due anni?
Dopo due anni di legislatura, la domanda resta sospesa: con quali parti sociali, con quali rappresentanze giovanili, con quali operatori qualificati delle politiche giovanili si sarebbe confrontata una Giunta che, in molti, descrivono come chiusa al dialogo?
Non è dato saperlo, se non che l’annuncio dell’approvazione, da parte della Commissione europea, della riprogrammazione del Programma FSE+ 2021-2027, ha dato il la alla Giunta guidata da Alessandra Todde l’ennesima occasione per rivendicare un risultato politico. Ovviamente non c’è alcuna milestone ma dalle parti della acritica comunicazione istituzionale fa poca differenza.
L’assessora al Lavoro Desirè Manca, nell’occasione, ha parlato di un riconoscimento alla “credibilità della Sardegna” e di un percorso di “ascolto e partecipazione” che avrebbe coinvolto istituzioni e parti economiche e sociali. Come non ricordare, parlando di ascolto e dialogo, la porta chiusa in faccia ai rappresentanti di chi il lavoro lo crea sul serio in Sardegna. Dettagli!
Ma è proprio su questo punto che si concentra lo scetticismo di chi, in questi due anni, ha lamentato l’assenza di un confronto strutturato. Quali tavoli permanenti sono stati attivati? Quali consulte giovanili sono state realmente coinvolte? Quali associazioni di categoria e quali professionisti del settore hanno contribuito alla definizione delle priorità per la martoriata gioventù sarda?
Il dubbio non è marginale, soprattutto se si guarda alla continuità con la precedente esperienza amministrativa: iniziative rivolte ai giovani – come il progetto “Giovani Vispi” – sono state misure calate dall’alto, frutto di una ripartizione ministeriale poco sensibile verso le politiche di impatto, nonché prive di un’analisi approfondita dei bisogni reali e di quel dialogo sistematico che da tempo viene richiesto da chi lavora quotidianamente sul fronte delle politiche giovanili.
Eppure oggi si rivendica dalle parti di viale Trento una strategia fondata su tre pilastri: innovazione e tecnologie strategiche (52,1 milioni di euro), giovani (44,2 milioni, di cui 16 già inseriti nella Priorità STEP) e inclusione sociale (33,1 milioni). Numeri significativi, certo. Ma le risorse, da sole, non bastano a certificare un cambio di metodo. Manca il dialogo e bandi accessibili..
Recuperare è possibile. La speranza è ultima a morire. Tuttavia, osservando l’inerzia dell’attuale mandato di governo con cui vengono pubblicati i bandi contro lo spopolamento – destinati all’acquisto di case e all’apertura di attività nei piccoli centri della Sardegna e che si teme possano rivelarsi poco accessibili o gravati da stringenti limiti temporali – è difficile intravedere un’accelerazione concreta.
A questo si aggiunge un clima politico segnato da tensioni interne alla maggioranza, come dimostrano le polemiche sull’ultima nomina dei direttori generali delle Asl di Cagliari e Gallura. Un contesto che rende complicato un pò tutto. Figuriamoci le decisioni nel merito dei problemi dei giovani sardi.
Il via libera di Bruxelles non può essere trasformato automaticamente in una medaglia politica. L’Unione europea, con tutte le sue opacità e le criticità più volte evidenziate dalla Corte dei Conti europea sulla capacità di analisi e monitoraggio dei programmi, non rappresenta di per sé una garanzia di efficacia delle scelte regionali.
Per questo, dopo due anni, suona quantomeno enfatica la dichiarazione secondo cui la Regione starebbe puntando con decisione su “giovani e inclusione sociale”. I
Le risorse europee possono essere un’opportunità. Ma senza confronto reale, senza un’analisi trasparente dei bisogni e senza tempi certi nell’attuazione delle misure, la distanza tra annunci e realtà rischia di restare il vero nodo irrisolto.
