Frontiere UE, il nodo dei rimpatri: il Parlamento europeo chiede più deterrenza
Come vengono spesi i fondi europei per la gestione dei confini esterni? E le misure di solidarietà tra Stati membri servono davvero a frenare i flussi irregolari, o rischiano di alimentarli? Sono queste le domande al centro di un’interrogazione scritta presentata al Parlamento Europeo dall’eurodeputata Afroditi Latinopoulou, che ha messo sotto pressione la Commissione europea sul funzionamento del cosiddetto Solidarity Pool per il 2026 e sui nuovi meccanismi per accelerare le espulsioni dall’Ue.
L’accusa: “Risorse disperse, deterrenza insufficiente”.
Nel testo dell’interrogazione, Latinopoulou è diretta: le risorse disponibili devono andare esclusivamente verso misure di controllo effettivo dei confini, prevenzione degli arrivi e accelerazione dei rimpatri, senza creare strutture che, anziché scoraggiare i flussi, finiscano per favorirli. Un riferimento neanche troppo velato al timore che le “misure alternative di solidarietà”, come l’invio di personale e supporto logistico, si traducano in infrastrutture di accoglienza piuttosto che in strumenti di deterrenza.
La deputata ha dunque posto tre domande precise alla Commissione: “Come garantisce che le risorse rafforzino la sorveglianza e non creino incentivi agli arrivi? Come assicura che il supporto alternativo serva solo a sorvegliare i confini? E qual è il piano operativo vincolante per i nuovi centri di rimpatrio fuori dall’UE?”.
La risposta autocelebrativa di Bruxelles: “Il Patto funziona, i dati lo confermano”.
A rispondere, a nome della Commissione, è il commissario Brunner, che ha difeso (l’a Commissione ‘Esecutivo europeo d’altronde non sbaglia mai!) l’impianto complessivo del Patto su Migrazione e Asilo, fondato sull’equilibrio tra solidarietà e responsabilità condivisa tra gli Stati membri. Sul fronte dei risultati, Bruxelles cita dati che ritiene incoraggianti: nel periodo luglio 2024-giugno 2025, gli attraversamenti illegali alle frontiere esterne dell’UE sono diminuiti del 35% rispetto all’anno precedente, scendendo a 223.812 casi.
Quanto alle misure alternative di solidarietà, la Commissione precisa che il regolamento UE 2024/1351 ne disciplina l’utilizzo in ambiti che comprendono la gestione delle frontiere, il supporto operativo e il rimpatrio e che tali misure devono essere attivate su specifica richiesta dello Stato membro beneficiario, non in modo automatico.
I return hub fuori dall’UE: la proposta è in negoziazione.
Sul fronte più delicato, quello dei centri di rimpatrio al di fuori del territorio europeo, la Commissione ricorda di aver presentato l’11 marzo 2025 una proposta legislativa per istituire un sistema comune di rimpatrio dei cittadini di Paesi terzi in soggiorno irregolare. Il cuore della proposta è la possibilità di trasferire i migranti irregolari in appositi return hub in Paesi terzi, sulla base di accordi bilaterali e nel rispetto degli standard internazionali sui diritti umani, incluso il principio di non-refoulement.
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