Formazione obbligatoria, l’Ordine che guarda altrove: corporativismo prima delle regole.
I numeri sono lì, nero su bianco. E raccontano una storia che l’Ordine dei giornalisti farebbe volentieri a meno di affrontare fino in fondo. Nell’ultimo triennio poco più di 60mila iscritti su 96mila hanno rispettato l’obbligo di legge sulla formazione professionale. Tradotto: oltre un terzo dell’albo è fuori regola. E tra questi, più di 24mila “zeristi”, giornalisti che non hanno svolto nemmeno un’ora di formazione.
Non solo: quasi 19mila di loro erano inadempienti anche nel triennio precedente. Sei anni consecutivi senza aggiornamento, senza corsi, senza alcun segnale di interesse verso un obbligo che non è facoltativo, ma previsto dalla legge. Una platea enorme che continua a restare iscritta senza conseguenze reali.
E qui il problema non è (solo) la pigrizia dei singoli. Il problema è un ordine di controllo che rinuncia a controllare, incapace (o non disposto) a “fare le pulci” ai propri iscritti. Un’istituzione che preferisce tutelare equilibri interni e interessi corporativistici piuttosto che far rispettare regole uguali per tutti.
L’Ordine rivendica di aver autorizzato circa 8mila corsi formativi, molti dei quali online e on demand. Bene. L’offerta c’è. Eppure, di fronte a migliaia di iscritti che ignorano sistematicamente l’obbligo formativo, non seguono provvedimenti proporzionati, tempestivi e credibili. Nessuna vera deterrenza, nessun segnale che violare le regole abbia un costo.
Le parole del presidente Carlo Bartoli, che stigmatizza i “colleghi” assenti da anni e ironizza sul tesserino usato per entrare gratis nei musei, fotografano il problema ma si fermano un passo prima della soluzione. Perché denunciare non basta: governare significa decidere, e decidere significa anche sanzionare.
Così l’aggiornamento professionale, presentato come “indispensabile”, diventa nei fatti opzionale, mentre chi si impegna davvero viene messo sullo stesso piano di chi accumula anni di inadempienza.
Un ordine professionale che non fa rispettare le regole perde, così, la sua funzione primaria e si riduce a struttura notarile dell’esistente, più attenta a non disturbare gli iscritti che a garantire qualità, credibilità e legalità della professione. E alla fine il conto non lo pagano solo i giornalisti diligenti, ma l’intero sistema dell’informazione.
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