10 Luglio 2026
Politica

Fondo Nazionale per le Politiche Giovanili. Il Ministro Abodi e la “retorica del 53%”

Andrea Abodi sale sul palco, sistema il microfono e, con la sicurezza di chi non ha mai passato un pomeriggio in un quartiere periferico di Cagliari o di Sassari, annuncia la sua verità: regioni, province autonome e comuni detengono “il 53 per cento delle somme destinate alle politiche giovanili”. Applausi. Fine della storia. Problema risolto. Peccato che la storia, quella vera, racconti tutt’altro.

Il numero come scudo.

Il 53 per cento. Una cifra bella tonda, utile a tutto e a nulla. Utile a riempire un discorso all’assemblea Anci Giovani senza dover rispondere a nessuna domanda scomoda. Utile a far credere che il Fondo Nazionale per le Politiche Giovanili sia una macchina oliata, partecipata, democratica. Una di quelle cifre che, se le dici abbastanza forte e abbastanza spesso, smettono persino di avere bisogno di essere vere.

Ma proviamo a tradurla in italiano semplice: nel vocabolario di chiunque abbia mai lavorato sul campo, si chiama spendita dall’alto. Calare interventi sulla testa dei giovani senza che i giovani abbiano mai aperto bocca per chiederli.

“Ogni due mesi ci incontriamo con le regioni”.

Meraviglioso. Il ministro incontra le regioni ogni due mesi. Si “confrontano” e “si parlano”. Producono, invece, PowerPoint impeccabili e comunicati stampa autoreferenziali

Quello che non si vuole, e qui sta il punto, è un decreto che metta al centro la co-programmazione con i giovani e le organizzazioni qualificate nei vari territori italiani. Non un meccanismo strutturale che obblighi comuni e regioni a progettare con i giovani e non per i giovani. Non un processo partecipativo reale che trasformi i ragazzi da destinatari passivi di interventi a protagonisti attivi delle politiche che li riguardano.

Perché farlo sarebbe complicato. Richiederebbe umiltà istituzionale. E soprattutto richiederebbe di ammettere che il modello attuale non funziona.

Facciamo un giro in Sardegna.

Prendiamo la Sardegna, ma potremmo prendere anche la Calabria, la Sicilia, il Molise, qualsiasi angolo d’Italia lontano dalle luci di un palco a Napoli. Lì proliferano i programmi tipo “Giovani Vispi”, i laboratori creativi da tre giorni, i campus estivi, le giornate della legalità, i bandi fotocopia che ogni anno riciclano le stesse attività con nomi diversi. Interventi progettati da adulti per giovani che nessuno ha mai davvero ascoltato. Rendicontazioni perfette su carta, impatto reale prossimo allo zero.

Siamo nell’ordine delle decine di milioni di euro l’anno. Ogni anno. Spesi così. In “azioni” che nascono e muoiono senza lasciare traccia nella vita di un giovane under30.

Il disagio diffuso, citato e ignorato.

Abodi cita il contrasto “al disagio diffuso” tra gli obiettivi delle politiche giovanili. Nobile intenzione. Ma il disagio diffuso non si contrasta con un corso di orientamento professionale organizzato dal comune su input regionale su mandato ministeriale, in cui nessun giovane è stato consultato in fase di progettazione, nessun giovane siede nei tavoli decisionali e nessun giovane ha potere reale di incidere su ciò che lo riguarda.

Il disagio diffuso si contrasta garantendo ai giovani italiani una partecipazione sostanziale, non ornamentale come si continua a fare nel “Bel Paese”.

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