Fondi UE: risorse pubbliche o leva ideologica?
Sempre più spesso i grandi programmi di finanziamento europei – da Erasmus+ a Horizon Europe fino ai fondi di coesione – includono tra i criteri di accesso riferimenti a concetti come “diversità”, “parità di genere”, “inclusione LGBTIQ+” o “giustizia climatica”. Obiettivi che, secondo la Commissione, servono a promuovere uguaglianza e sostenibilità, ma che per alcuni rischiano di trasformarsi in veri e propri filtri ideologici.
Ultimo a denunciare questa circostanza di fatto in Ue, è stato l’eurodeputato Markus Buchheit (ESN): “I vincoli presenti nelle linee guida dei bandi, nelle valutazioni dei progetti e nelle relazioni finali, penalizzano associazioni, enti e istituzioni che non si riconoscono in un preciso orientamento politico-culturale. Un rischio, sottolinea, che svuota il principio di neutralità dei fondi pubblici. Le risorse dell’Unione devono servire tutti i cittadini, non diventare strumenti di “ingegneria sociale e leva ideologica”.
In una Europa della diversità, infatti, non è raro imbattersi in call che richiedono obbligatoriamente l’introduzione di azioni per il gender mainstreaming, l’intersezionalità, per fare alcuni esempi. Criteri sempre più usati come criteri di valutazione escludenti nei programmi europei. Difficilmente, per esempio, un progetto sull’esodo istriano e le foibe potrà essere finanziato nell’ambito della call Remembrance del programma CERV. Il pregiudizio è servito!
Poche, ancora, le garanzie per chi legittimamente non vuole aderire al pensiero unico o, peggio, promuovere azioni di facciata solo per essere in linea con le sempre meno sostanziali call Ue.
Non dovrebbe poi sorprendere la limitata opportunità per i promotori dei progetti respinti di fare opposizione. Tralasciando i ritardi delle risposte delle varie agenzie, che possono anche arrivare dopo 3 mesi, vi è solo la possibilità di presentare un redress case che, nella stragrande maggioranza dei casi si conclude con un nulla di fatto. Ha sempre ragione l’Ue. Solo i progetti dal facile happy ending e che non dicono granché, per usare un eufemismo, possono essere finanziati!
Ma come si può giustificare l’utilizzo del denaro dei contribuenti europei per promuovere specifiche agende ideologiche invece che mantenere neutralità politica e culturale?
Nella sua risposta, la Commissione von der Leyen (campionessa di autoritarismo e pensiero unico) ha ricordato “che i Trattati europei pongono al centro valori come uguaglianza e non discriminazione, principi che devono orientare ogni intervento finanziario. L’attuale quadro finanziario pluriennale (2021-2027) prevede obiettivi di spesa legati a clima, biodiversità e parità di genere, mentre il nuovo Regolamento finanziario dell’UE vincola tutti i programmi al rispetto dell’uguaglianza di genere e alla raccolta di dati disaggregati”. Andrebbe però compresa, data la delicatezza della questione, l’importanza della diversità “non solo a parole” dalle parti delle tante agenzie Ue e, in particolare, tra i valutatori delle proposte progettuali, verso i quali non si ha notizia circa le azioni di monitoraggio e valutazione delle performance da parte delle varie istituzioni Ue.
Bruxelles, dunque, respinge l’accusa di imposizione ideologica: “Non è richiesto che i beneficiari condividano un’ideologia. L’assegnazione dei fondi avviene nel rispetto della parità di trattamento, della trasparenza e della non discriminazione. L’esclusione scatta solo nei casi di gravi condotte professionali, come incitamento all’odio o attività contrarie ai valori sanciti dal Trattato”. Ma allora come mai, per esempio, i fondi ai media finiscono sempre ai soliti carrozzoni mainstream?
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