Fondi UE, interrogativi sul programma CERV: accuse di selezione ideologica e procedure di ricorso poco trasparenti.
Il programma europeo Citizens, Equality, Rights and Values (CERV) torna, se mai ce ne fosse bisogno, al centro delle polemiche per presunte distorsioni nei criteri di finanziamento e per la scarsa trasparenza delle procedure di ricorso in caso di esclusione. A sollevare il tema è un’interrogazione parlamentare presentata il 2 gennaio 2026 dall’eurodeputato Alexander Jungbluth, che chiede chiarimenti alla Commissione europea sul sostegno finanziario al Digital Freedom Fund (DFF) e, indirettamente, alla Gesellschaft für Freiheitsrechte (GFF).
Il DFF beneficia di fondi europei per il progetto digiRISE (2022-2025), finanziato proprio attraverso il programma CERV, ufficialmente destinato alla tutela dei diritti digitali. Dal 2018, però, lo stesso DFF ha erogato circa 400 mila euro alla GFF per iniziative che spaziano dai diritti digitali alla migrazione. Secondo quanto riportato nell’interrogazione, tali fondi sarebbero stati utilizzati anche per azioni legali contro governi o avversari politici.
Un punto critico riguarda la risposta fornita in precedenza dalla Commissione alla interrogazione scritta E-002215/2025, nella quale Bruxelles aveva affermato che il progetto digiRISE “non prevede la possibilità di ridistribuire fondi UE a terzi”. Una dichiarazione che, secondo Jungbluth, appare in contraddizione con i fatti, dal momento che il DFF sostiene finanziariamente la GFF, seppur formalmente con risorse proprie.
Da qui una serie di domande che toccano un nodo più ampio: la fungibilità dei fondi europei. L’eurodeputato chiede infatti come la Commissione possa garantire che i finanziamenti UE al DFF non liberino risorse private da destinare ad altre attività, incluse iniziative di contenzioso politico contro Stati membri. In sostanza, anche se il denaro europeo non viene trasferito direttamente, il suo effetto indiretto potrebbe essere quello di sostenere azioni politicamente orientate.
La questione si inserisce in un contesto più ampio di critiche al programma CERV, accusato da più parti di favorire progetti ideologicamente allineati alle priorità politiche della Commissione e di penalizzare, di fatto, proposte non considerate “in linea”. Un’accusa che non riguarda solo la fase di selezione, ma anche le procedure di redress case: in caso di valutazione negativa o di diniego alla riapertura del dossier, non è chiaro quali strumenti effettivi siano a disposizione dei proponenti per contestare le decisioni dei “valutatori interni” del programma. Un problema noto e diffuso all’interno della opaca macchina di finanziamento dell’Ue, sempre più a proprio agio nei panni del sostenitore del soft power europeo a danno delle risorse dei cittadini Ue.
Secondo i critici, il meccanismo di ricorso previsto dal programma, infatti, appare opaco e poco garantista, privo di indicazioni chiare su tempi, criteri e margini di revisione delle valutazioni. Un vuoto procedurale che alimenta il sospetto di una gestione discrezionale dei fondi e riduce la fiducia nel principio di imparzialità dell’azione europea.
L’interrogazione chiede infine alla Commissione se ritenga compatibile con il principio di neutralità politica dei finanziamenti UE il sostegno, anche indiretto, a organizzazioni impegnate in azioni legali strategiche su temi altamente divisivi. Una domanda che va oltre il singolo caso e chiama in causa l’equilibrio tra promozione dei diritti e rispetto del pluralismo politico.
Ora la palla passa alla Commissione (per quello che potrà servire visto il tenore autoreferenziale e poco nel merito del pensiero critico), chiamata non solo a chiarire il caso specifico, ma anche a rispondere a una critica più strutturale: se il CERV sia davvero uno strumento aperto e inclusivo, oppure un meccanismo che, tra criteri selettivi e ricorsi poco trasparenti, finisce per discriminare le voci non allineate.
foto Mediamodifier da Pixabay.com
