Fondi UE al gruppo paramilitare RSF in Sudan. Dubbi sulla cooperazione Ue e sul ruolo degli Emirati Arabi Uniti.
Le accuse secondo cui fondi dell’Unione europea destinati alla gestione dei flussi migratori in Sudan potrebbero essere finiti, direttamente o indirettamente, nelle mani delle Rapid Support Forces (RSF) – oggi uno dei principali attori del conflitto civile sudanese – continuano a scuotere Bruxelles.
Un’altra zona d’ombra sulla quale hanno puntato i riflettori gli eurodeputati Jonas Sjöstedt e Hanna Gedin del gruppo “La Sinistra”, chiedendo chiarimenti urgenti e una revisione completa degli strumenti di finanziamento messi in campo nell’ambito del cosiddetto “Processo di Khartoum”, ovvero l’accordo del 2014 che prevedeva circa 200 milioni di euro di sostegno al Sudan in cambio del controllo delle rotte migratorie verso l’Europa.
Secondo indagini pubblicate da ReliefWeb, Investigative Journalism for Europe e Der Spiegel, parte di quei fondi sarebbe stata utilizzata per fornire equipaggiamenti, formazione e supporto operativo proprio alle RSF, il gruppo paramilitare incaricato all’epoca di sorvegliare i confini sudanesi. Da allora le RSF sono diventate una delle fazioni protagoniste della guerra civile, responsabili – secondo numerosi osservatori internazionali – di violazioni sistematiche dei diritti umani, esecuzioni sommarie e atrocità contro i civili.
Le rivelazioni hanno sollevato interrogativi pesantissimi: l’UE ha finanziato, anche solo indirettamente, un gruppo armato oggi considerato tra i principali responsabili dell’instabilità regionale? Guardando a quanto fatto negli ultimi anni in Ucraina, i timori potrebbero non essere così infondati.
Le domande alla Commissione: quali verifiche sono state fatte?
Nell’interrogazione, gli eurodeputati chiedono alla Commissione quali passi siano stati intrapresi per accertare la destinazione dei fondi europei, se sia prevista una revisione complessiva del partenariato con il Sudan e quali potrebbero essere le conseguenze politiche e giuridiche di un eventuale uso improprio dei finanziamenti.
Bruxelles, finora, si è limitata a ribadire che i fondi UE erano soggetti a sistemi di controllo e che l’intenzione originaria dell’accordo era sostenere la gestione delle frontiere e la lotta contro il traffico di esseri umani. Ma le risposte non sembrano bastare, soprattutto alla luce degli sviluppi più recenti sul terreno e, per dirla tutta, delle numerose relazioni della Corte dei Conti europea.
I dubbi sul ruolo degli Emirati Arabi Uniti: asset della guerra custoditi in un Paese partner dell’UE.
Oltre alle responsabilità interne dell’UE, cresce anche la perplessità sulla mancata azione europea nei confronti degli Emirati Arabi Uniti (EAU), indicati da diverse analisi internazionali come uno dei principali sostenitori delle RSF. Secondo fonti diplomatiche e rapporti delle Nazioni Unite, negli Emirati sarebbero custoditi asset finanziari riconducibili ai comandanti delle milizie sudanesi, mentre Abu Dhabi avrebbe un interesse strategico nella destabilizzazione del Sudan per consolidare la propria influenza nel Mar Rosso e nel Corno d’Africa.
Nonostante ciò, l’UE non ha intrapreso finora misure significative nei confronti degli Emirati, né sul piano diplomatico né su quello economico. Un silenzio che alimenta interrogativi sul doppio standard europeo nell’applicazione delle proprie politiche esterne.
Per i due eurodeputati (e non solo), il sospetto che i fondi europei possano aver rafforzato un attore armato coinvolto in una guerra devastante rappresenta un rischio reputazionale enorme, oltre che un fallimento politico. La guerra in Sudan ha causato (e sta producendo) migliaia di morti, milioni di sfollati e una delle peggiori crisi umanitarie al mondo.
foto David Peterson da Pixabay.com
