11 Agosto 2026
Politica

Flessibilità di facciata: perché la richiesta di Meloni all’UE non regge

Viviamo in un paradosso politico di rara eleganza. Da un lato, un’Unione Europea che ha imboccato con decisione una traiettoria sempre più distante dai suoi principi fondativi: più opaca nelle decisioni, più militarista nelle priorità, sempre più disposta a stringere la mano a regimi autoritari in nome di quella realpolitik che un tempo era il vizio confessato della destra e oggi è diventato il linguaggio comune di Bruxelles. Dall’altro, un governo italiano che si presenta in quella stessa Bruxelles a chiedere flessibilità di bilancio, agitando lo spettro della crisi sociale come lasciapassare. Il problema è che entrambi hanno torto. E che la colpa del secondo non cancella quella del primo.

L’UE che non merita difesa acritica.

Sarebbe disonesto ignorare il contesto in cui questa richiesta si inserisce. L’Unione Europea degli ultimi anni non è più , ammesso che lo sia mai stata davvero , quel progetto cosmopolita fondato su diritti, multilateralismo e benessere condiviso che campeggia nei libri di scuola. È diventata qualcosa di più ambiguo e più inquietante.

La svolta sulla difesa comune, accelerata dopo il 2022, ha spostato miliardi di euro verso il riarmo, con una trasparenza procedurale spesso risibile e una governance che bypassa sistematicamente il Parlamento europeo. Le relazioni con regimi come quelli di Egitto, Tunisia, Siria o Azerbaijan , coltivate per ragioni energetiche o migratorie , dimostrano che i “valori europei” sono una clausola da invocare selettivamente, quando non costano nulla. La gestione dei fondi del PNRR, la pressione asimmetrica sui Paesi del Sud Europa, la deriva tecnocratica delle istituzioni: tutto questo compone un quadro in cui la critica alla rigidità di Bruxelles non è prerogativa della destra sovranista, ma dovrebbe essere patrimonio di qualsiasi pensiero democratico serio.

Detto questo , e detto con chiarezza , questa premessa non può diventare un alibi.

La richiesta giusta nelle mani sbagliate.

Il governo Meloni chiede margini di manovra fiscale in nome dell’emergenza sociale: povertà crescente, crisi energetica, calo della produttività. Sono problemi reali. Sono emergenze documentate. E in astratto, la richiesta di maggiore flessibilità alle regole del Patto di Stabilità potrebbe essere non solo legittima, ma necessaria.

Se non fosse che a chiedere quei margini è esattamente il governo che quei margini li ha sistematicamente bruciati prima ancora di ottenerli.

Ogni manovra finanziaria, ogni assestamento di bilancio , e lo stesso vale specularmente per ogni regione italiana , si è trasformata in un’occasione per distribuire risorse secondo una logica clientelare ben collaudata: bonus selettivi, agevolazioni fiscali su misura, deroghe normative che servono specifiche categorie produttive, appalti orientati, condoni che scaricano sul futuro il costo delle irregolarità presenti e gli immancabili emendamenti puntuali. Non si tratta di accuse ideologiche: si tratta di osservare la struttura concreta delle scelte di bilancio, voce per voce.

I miliardi che non arrivano dove servono.

La questione non è ideologica, è aritmetica. Le risorse pubbliche sono finite. Ogni euro destinato a una lobby di riferimento , che si tratti di costruttori, categorie professionali protette, grandi evasori graziati da successive sanatorie, o comparti produttivi che sopravvivono grazie alla rendita politica piuttosto che alla competitività , è un euro che non raggiunge chi ne avrebbe bisogno strutturalmente.

La povertà assoluta in Italia continua a salire. Il caro energia colpisce le famiglie a basso reddito in modo sproporzionato. La produttività ristagna da decenni per ragioni strutturali che richiederebbero investimenti in formazione, innovazione, infrastrutture digitali e transizione energetica. Nessuna di queste priorità ha trovato nella politica economica di questo governo un’attenzione comparabile a quella riservata alle misure che hanno rafforzato le rendite dei corpi intermedi vicini alla coalizione di governo.

In questo senso, la richiesta di flessibilità suona come quella di un amministratore che torna dalla banca a chiedere un nuovo fido dopo aver dilapidato il precedente in spese non giustificate. La banca , per quanto mal gestita , ha qualche ragione a essere diffidente.

Il doppio inganno.

Il vero problema politico è che questa situazione produce un doppio inganno ai danni dei cittadini.

Il primo inganno è europeo: presentare vincoli di bilancio come strumenti di rigore virtuoso, mentre si allentano selettivamente per i Paesi più forti e si usano come leva disciplinare sui più deboli, nascondendo dietro la grammatica tecnocratica scelte che sono profondamente politiche.

Il secondo inganno è italiano: presentarsi come paladini dei ceti popolari e delle famiglie in difficoltà, chiedendo all’Europa risorse che poi vengono redistribuite secondo logiche che con quei ceti hanno poco a che fare.

Chi paga il conto, in entrambi i casi, sono sempre gli stessi: chi non ha lobby, chi non ha rendite e chi non ha peso politico.

La flessibilità di bilancio, in sé, non è una categoria morale: può essere uno strumento di politica economica sensato o dissennato a seconda di come viene usata. Ma chiedere fiducia sull’uso futuro delle risorse senza rendere conto dell’uso passato non è politica economica. È, semplicemente, propaganda.

foto Governo.it