5 Settembre 2026
Sardegna

Fisco e imprese nel 2025: quasi sei benefici potenziali su dieci svaniscono per incapienza fiscale

La Legge di Bilancio 2025 promette sgravi fiscali alle imprese italiane, ma i vantaggi sono distribuiti in modo molto disomogeneo. A fotografare con precisione gli effetti dei principali provvedimenti in materia di tassazione societaria è l’Istat, attraverso il modello di microsimulazione MATIS (Modello per l’analisi della tassazione e degli incentivi sulle società di capitali), applicato all’universo di oltre 983mila contribuenti IRES.

Il risultato aggregato è positivo per le casse delle imprese: le misure producono una riduzione complessiva del prelievo IRES pari al 3,3% nel 2025. Ma dietro questa media si nascondono profonde differenze.

Tre misure al centro del quadro.

I provvedimenti analizzati sono tre. Il primo è la proroga della maggiorazione del costo del lavoro deducibile in caso di nuove assunzioni a tempo indeterminato, che vale da sola il 2,7% della riduzione complessiva dell’IRES. Il secondo è la cosiddetta IRES premiale, che abbassa l’aliquota dal 24% al 20% per le imprese che reinvestono utili in innovazione digitale e transizione energetica, rispettando una serie di condizioni stringenti. Il terzo è la revisione del piano Transizione 4.0, che ha dimezzato quasi i fondi disponibili per il credito d’imposta sugli investimenti in beni materiali: un taglio che penalizza il 5,3% delle imprese.

Chi beneficia davvero delle agevolazioni.

La deduzione per le nuove assunzioni è la misura con il bacino di utenza più ampio: ne beneficia il 15,5% delle imprese. La quota sale al 21,7% nella manifattura e al 19,5% nelle costruzioni. L’agevolazione cresce con le dimensioni aziendali: la interessa circa una impresa su tre tra quelle con fatturato superiore a 2 milioni di euro. In termini geografici, sono le imprese del Mezzogiorno ad avere la percentuale di beneficiari più alta (17,5%), ma anche la riduzione d’aliquota più marcata: -12,2 punti percentuali per chi ne usufruisce.

L’IRES premiale, invece, resta un’agevolazione di nicchia: la platea dei beneficiari si ferma all‘14% delle imprese considerate. A trarne vantaggio sono soprattutto le manifatturiere (4,5%) e le imprese dei servizi di pubblica utilità (2,4%), concentrate al Nord, con almeno due milioni di fatturato, orientate all’export e con bilanci solidi.

Il nodo dell’incapienza: quasi sei euro su dieci vanno persi.

Il limite strutturale più critico riguarda la deduzione per le nuove assunzioni: ben il 57,5% del beneficio potenziale complessivo va perso per ‘incapienza’, cioè perché le imprese non hanno una base imponibile sufficiente a sfruttare l’agevolazione. In particolare, il 7,3% dei beneficiari è parzialmente incapiente, il 3,3% lo è totalmente. Si tratta di un meccanismo diverso dall’ACE, che fu abolita nel 2024, la quale consentiva il riporto delle eccedenze non utilizzate.

Aliquote effettive: dal 23,8% al 21,6%.

L’effetto complessivo delle misure riduce l’aliquota effettiva mediana sull’IRES di 2,2 punti percentuali, portandola dal 23,8% al 21,6%, al di sotto dell’aliquota legale del 24%. Le riduzioni più consistenti si registrano per le imprese con fatturato tra 500mila e 10 milioni di euro (-2,5 punti percentuali), per quelle del settore degli altri servizi (-3,1 p.p.) e per le imprese classificate come ‘fragili’ sul piano economico-finanziario (-4,5 p.p.). Aggiungendo la componente IRAP, l’aliquota effettiva mediana complessiva sale al 25,8%.

Per chi beneficia della deduzione occupazionale la riduzione dell’aliquota IRES può arrivare a 9,2 punti percentuali, fino al 14,7%. Per le imprese che accedono all’IRES premiale, invece, la riduzione è più contenuta: 1,7 punti, dal 18,5% al 16,8%.

Per ogni euro investito in innovazione digitale e transizione energetica, le imprese beneficiarie dell’IRES premiale ricavano in media un risparmio fiscale pari al 5,8% dell’investimento. Ma la distribuzione è fortemente asimmetrica: solo il 17,5% dei beneficiari ottiene un beneficio superiore al 20% dell’investimento, mentre per l’1,1% il risparmio copre l’intero valore del beneficio potenziale.

Il nodo strutturale: il vantaggio fiscale del debito resta intatto.

Uno dei limiti più segnalati dagli analisti riguarda la neutralità della misura rispetto alle scelte di finanziamento. Con l’abolizione dell’ACE nel 2024, lo svantaggio fiscale del capitale proprio rispetto al debito è tornato ai livelli precedenti al 2011: +2,5 punti percentuali di maggior costo per chi sceglie di finanziarsi con risorse proprie. L’IRES premiale, pur essendo nata con l’obiettivo dichiarato di incentivare la capitalizzazione, non riduce questo divario, perché agisce sull’aliquota media e non sul costo marginale del capitale.

foto MEF