Femicidio, l’Europa si muove ma non abbastanza: oltre mille donne uccise ogni anno nell’UE
Più di mille donne uccise ogni anno nell’Unione Europea. Quasi sempre in casa. Quasi sempre per mano di un partner o di un familiare. E senza che i dati mostrino alcuna tendenza al ribasso, nonostante anni di misure legislative e campagne di sensibilizzazione. È questo il quadro impietoso che emerge dal briefing pubblicato dal Servizio di Ricerca del Parlamento Europeo (EPRS), dedicato al riconoscimento giuridico del femicidio nell’Unione Europea.
Una strage che non si ferma.
I numeri parlano da soli. Nel 2023, ricorda Ionel Zamfir, i 24 Stati membri che forniscono dati a Eurostat hanno registrato complessivamente 1.432 omicidi di donne. Di questi, 741 sono stati commessi da un partner intimo o da un familiare nei 16 paesi che disaggregano i dati per tipo di relazione. La Germania guida questa tragica classifica con 374 casi totali, seguita da Francia con 261 e Italia con 118.
A livello globale, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Controllo della Droga e la Prevenzione del Crimine (UNODC) stima che nel 2024 circa 50.000 donne e ragazze abbiano perso la vita per femicidio commesso da partner intimi o familiari. In Europa il tasso di prevalenza è di 0,5 vittime ogni 100.000 abitanti, più basso rispetto ad Africa , dove si arriva a 3 vittime ogni 100.000 , e Americhe, ferme a 1,5. Un dato relativamente contenuto che, tuttavia, non attenua la gravità del fenomeno né l’urgenza di affrontarlo.
Cos’è il femicidio e perché conta nominarlo.
Il termine femicidio non indica semplicemente l’uccisione di una donna, ma l’uccisione motivata da ragioni di genere, misoginia o discriminazione. È questa la definizione adottata dall’UNODC nella Classificazione Internazionale dei Reati a fini statistici, e fatta propria dall’Istituto Europeo per l’Uguaglianza di Genere (EIGE).
Riconoscerlo giuridicamente non è una questione meramente simbolica. Significa rendere possibile una risposta penale calibrata sulla specificità del crimine, migliorare la raccolta dei dati, rafforzare le misure di prevenzione e protezione e, in ultima analisi, salvare vite. Il femicidio, infatti, è spesso preceduto da una catena di violenze domestiche denunciate , o non denunciate per paura , che le autorità, troppo spesso, non hanno saputo o voluto interrompere.
Le cause: non solo il singolo uomo violento.
Il rapporto dell’EPRS adotta un approccio multilivello nell’analisi delle cause. I fattori di rischio operano su quattro piani: individuale, familiare, comunitario e strutturale. Tra i più ricorrenti figurano il controllo e la gelosia del partner, la dipendenza economica della vittima, la separazione o il divorzio , paradossalmente tra i momenti di maggior pericolo , e la cultura della dominanza maschile radicata in certi contesti sociali.
La ricerca scientifica identifica tre profili prevalenti di autori: uomini con gravi disturbi mentali, individui con una storia di comportamenti violenti, e , la categoria più ampia , uomini socialmente integrati la cui violenza è guidata da atteggiamenti di controllo, gelosia e convinzioni patriarcali. Non mostri irriconoscibili, ma persone ordinarie in cui la violenza di genere trova terreno fertile.
Il nodo europeo: esiste la legge, manca il reato specifico.
A livello comunitario, la direttiva UE 2024/1385 sulla lotta alla violenza contro le donne prevede misure importanti: facilitare la denuncia, garantire valutazioni individuali del rischio, assicurare ordini di protezione, attivare servizi specializzati di supporto alle vittime. Ma il femicidio non è riconosciuto come reato autonomo nel diritto europeo.
È esattamente ciò che il Parlamento Europeo chiede di cambiare. Nella risoluzione del novembre 2025 sulla Strategia per la Parità di Genere, l’Eurocamera ha sollecitato la Commissione a riconoscere il femicidio come reato distinto e autonomo, sottolineando che comprenderne le radici , legate alla discriminazione di genere e agli squilibri di potere , è indispensabile per combatterlo efficacemente.
Come si muovono gli Stati membri.
Diversi Paesi europei hanno già legiferato in materia, con approcci differenti. Malta e Cipro hanno introdotto il femicidio rispettivamente come aggravante e come reato autonomo già nel 2022. Il Belgio ha scelto una strada diversa nel 2023: nessuna modifica al codice penale, ma una legge organica focalizzata su prevenzione, raccolta dati e ricerca scientifica, con un Comitato scientifico dedicato e rapporti statistici annuali obbligatori.
La Croazia ha approvato nel marzo 2024 l’introduzione del femicidio come reato specifico con pene minime di dieci anni. L’Italia ha seguito nel luglio 2025, con il Senato che ha approvato all’unanimità l’inserimento del femicidio nel Codice Penale come reato autonomo, punito con sanzioni più severe. La Romania, infine, ha adottato nel marzo 2026 una legge che definisce il femicidio e ne amplia la portata rispetto al semplice omicidio, prevedendo anche misure di prevenzione e raccolta dati sistematica.
Pene più severe non bastano.
Gli esperti mettono però in guardia da una risposta esclusivamente punitiva. Irrigidire le pene, senza affrontare le cause strutturali del fenomeno, rischia di trasformarsi in populismo penale senza effetti reali sulla prevenzione. Uno studio sulle leggi messicane che hanno introdotto il femicidio come reato specifico ha mostrato che tali norme non hanno ridotto il crimine. Quello che serve, indicano i ricercatori, è un approccio integrato: educazione alla parità di genere nelle scuole, formazione specializzata per forze dell’ordine e magistratura, servizi di supporto alle vittime, ordini di protezione realmente applicati, e osservatori permanenti per il monitoraggio dei dati.
Il dato che manca.
Uno dei nodi più critici rimane quello della raccolta delle informazioni. Nel 2024, solo 17 Stati membri hanno fornito a Eurostat dati sul femicidio intrafamiliare, mentre 24 hanno comunicato dati sugli omicidi disaggregati per sesso. Un quadro ancora incompleto che, secondo l’EIGE, tende a sottostimare il fenomeno reale, lasciando nell’ombra casi come le uccisioni di donne in contesti di sfruttamento sessuale o di tratta.
