11 Giugno 2026
Sardegna

Farmaci, il conto lo paga il paziente: in Italia il 28% della spesa farmaceutica è a carico dei cittadini

Venticinque miliardi di euro. È quanto gli italiani hanno speso complessivamente per i farmaci nel 2025, con un aumento del 15% , circa 3 miliardi in più , rispetto al 2023. Ma il dato che colpisce di più non è la crescita totale: è la quota che ricade direttamente sulle tasche dei cittadini. Il 28% della spesa farmaceutica italiana è a carico dei privati. Quasi un euro su tre non è coperto dal Servizio Sanitario Nazionale.

A fotografare questa realtà è il FoSSC, il Forum che riunisce 75 Società Scientifiche dei Clinici Ospedalieri ed Universitari Italiani.

Il paradosso italiano: curiamo meglio, ma paghiamo di più.

Il punto di partenza del dibattito è un paradosso. L’Italia ha la speranza di vita più alta d’Europa , 84,1 anni , e la seconda al mondo dopo il Giappone. È agli ultimi posti per mortalità da malattie prevenibili e curabili. I farmaci innovativi hanno trasformato patologie un tempo letali in condizioni croniche gestibili: un paziente con leucemia negli anni Novanta moriva entro pochi mesi, oggi può vivere per decenni. Un infartuato assume statine, betabloccanti e anticoagulanti per il resto della vita. Risultati straordinari, con un costo altrettanto straordinario.

“Chiedere che i costi di queste terapie rientrino in budget pensati venti anni fa è irrealistico ed impossibile”, ha detto senza mezzi termini Francesco Cognetti, coordinatore del FoSSC. “A nostro avviso non sono auspicabili ulteriori tagli della spesa farmaceutica”. Una posizione netta, che si scontra con la logica dei tetti di spesa che il sistema sanitario nazionale cerca faticosamente di rispettare.

La minaccia americana: meno farmaci innovativi in Europa.

Al centro del dibattito c’è anche una variabile esterna che rischia di complicare ulteriormente il quadro: la politica del “Most Favored Nation” adottata dagli Stati Uniti, che impone che il prezzo effettivo dei farmaci sul mercato americano sia pari o inferiore al prezzo più basso praticato in un gruppo di paesi, tra cui l’Italia.

Le conseguenze per l’Europa potrebbero essere pesanti. “Il provvedimento potrebbe determinare nell’immediato una riduzione di un terzo dei lanci dei nuovi farmaci in Europa”, ha avvertito Cognetti. In pratica: se gli Stati Uniti usano i prezzi europei , già più bassi di quelli americani del 20-30% , come tetto massimo per le proprie negoziazioni, le case farmaceutiche potrebbero decidere di ritardare o rinunciare ai lanci europei pur di non comprimere i margini sul mercato più redditizio del mondo.

A questo si aggiunge l’impatto del conflitto in Medio Oriente: “Le conseguenze economiche ed energetiche hanno già determinato una crescita dei costi totali di oltre il 20-30%”, ha sottolineato Cognetti. “L’Italia potrebbe risultare tra i Paesi più penalizzati e corriamo il rischio di un accesso più lento alle innovazioni terapeutiche e di rincari ai prezzi”.

La risposta dell’AIFA: basta ragionare per compartimenti stagni.

Il presidente dell’Agenzia Italiana del Farmaco, Robert Nisticò, ha riconosciuto la tensione tra diritto alla salute e sostenibilità economica, indicando però una strada diversa dai semplici tagli. “Va superata la logica dei silos separati in cui è suddivisa la spesa farmaceutica nel nostro Paese, ha affermato. “Abbiamo nuovi strumenti per valutare l’efficacia terapeutica di un nuovo farmaco ma anche i risparmi che può generare, per esempio, sulle ospedalizzazioni evitate”.

In altre parole: un farmaco costoso che evita ricoveri ospedalieri può essere economicamente conveniente per il sistema nel suo complesso, anche se il suo costo puntuale supera i tetti previsti dai budget farmaceutici. Una logica corretta, ma che richiede una riforma profonda del modo in cui la spesa sanitaria viene valutata e contabilizzata.

L’AIFA sta anche lavorando a soluzioni concrete, come il pagamento rateizzato fino a sei-sette anni per i farmaci “one shot”, quelli somministrati una volta sola ma con effetti duraturi nel tempo , che altrimenti risulterebbero insostenibili come spesa concentrata in un singolo anno.

Il vero problema: l’Italia spende troppo poco per la sanità.

Dietro la discussione sulla spesa farmaceutica si nasconde una questione più ampia e strutturale. La spesa sanitaria pubblica italiana si attesta al 6,2-6,3% del PIL , un valore significativamente inferiore alla media europea del 6,9%, e lontanissimo dai livelli di Francia (9-10%), Germania (10,1-10,6%) e Regno Unito (8,9%). In termini di classifica europea, l’Italia occupa il quattordicesimo posto , dopo Repubblica Ceca e Slovenia. Nel contesto dell’OCSE è al ventiduesimo. Tra i paesi del G7 è ultima.

La spesa sanitaria pubblica pro capite italiana è di 3.835 dollari, contro una media OCSE di 4.625 e una media europea di 4.689. Un gap di quasi 900 dollari per persona rispetto alla media europea , e un divario che, sottolinea Cognetti, si è allargato durante la pandemia, quando gli altri paesi hanno investito molto di più dell’Italia.

“È evidente che sono necessari maggiori investimenti alla luce del continuo invecchiamento generale della popolazione”, ha concluso il coordinatore del FoSSC. “Corriamo il serio rischio di non poter più garantire un modello sanitario universalistico e anche il diritto alla salute così come sancito dalla nostra Costituzione”.

foto HeungSoon da Pixabay.com