11 Marzo 2026
Europa

Europa, la caccia ai media critici diventa un’arma politica

Cagliari, assieme a Torino, è la città italiana dove attecchisce di più la disinformazione filorussa. Lo sostiene un dossier di Europa Radicale, diffuso insieme a una lettera aperta al ministro della Difesa Guido Crosetto, nella quale l’associazione denuncia una presunta “guerra ibrida” condotta dal Cremlino sul territorio italiano.

Il dossier: 158 eventi “pro Cremlino” in Italia.

Secondo il report, nel capoluogo sardo e in quello piemontese sarebbero stati organizzati cinque eventi e dibattiti “filorussi”, di cui due annullati, incentrati anche sulla proiezione di docufilm provenienti da Russia Today — canale bandito nell’Unione Europea dal 2022.

Europa Radicale afferma di aver censito 158 iniziative analoghe in tutta Italia dal 2024 e chiede a Crosetto di intervenire insieme al Ministero dell’Interno, sollecitando l’invio di una circolare ai prefetti per garantire l’applicazione del regolamento europeo che vieta la diffusione di contenuti provenienti dai media russi.

La contraddizione: pluralismo sotto attacco.

Dietro la narrativa della “lotta alla disinformazione”, emerge però una dinamica che rischia di criminalizzare il dissenso e di mettere sotto accusa la stampa indipendente e i canali di informazione non allineati alla linea euro-atlantica.

L’etichetta di “filorusso”, ormai usata con disinvoltura, diventa uno strumento politico per delegittimare giornalisti, associazioni e pensatori critici, più che un reale argine alla propaganda. Nulla, infatti, si dice sulla necessità — più volte proclamata dalle istituzioni europee — di difendere il pluralismo dell’informazione e la libertà di pensiero, valori fondanti dell’Unione ma sempre più compressi in nome della “sicurezza narrativa”.

L’Europa che investe nella difesa ma non nella diplomazia.

Mentre l’Ue spende centinaia di milioni di euro per “contrastare la disinformazione” e finanziare programmi di controllo mediatico, investe altrettanto — e più — in spese militari e forniture belliche, relegando la diplomazia a un ruolo marginale e agendo per interposta persona sui vari contesti geopolitici internazionali.

Invece di favorire un dialogo costruttivo e multilaterale sui conflitti in corso, Bruxelles sembra puntare a rafforzare il fronte della contrapposizione, perdendo credibilità nei consessi internazionali e allontanandosi sempre più da quell’identità europea che si fondava sul confronto e sulla mediazione.

Difendere il pensiero critico non è “filorusso”.

Il rischio, oggi, è che ogni voce fuori dal coro venga bollata come “nemica della democrazia”, quando invece la diversità di opinioni e la critica alle scelte di governo rappresentano l’essenza stessa di una società libera.

In questo clima di sospetto e censura mascherata da sicurezza, il pluralismo dell’informazione rischia di diventare la prima vittima collaterale di una guerra che, almeno per ora, si combatte non con le armi, ma con le parole e le etichette.

foto difesa.it