Europa a due velocità: mentre altrove si modernizza la mobilità, in Italia Uber & Co. restano ostaggio di richieste anacronistiche.
In un’Europa che tenta (faticosamente) di stare al passo con l’innovazione e la trasformazione digitale della mobilità urbana, l’Italia continua a distinguersi per un approccio anacronistico e corporativo al settore della mobilità urbana. Mentre in molti Paesi l’integrazione di servizi come Uber, Bolt, Lyft e Via è ormai consolidata — spesso a beneficio diretto dei cittadini e della concorrenza — nel nostro Paese queste piattaforme vengono ancora viste come “invasori”, osteggiate da un blocco compatto, retaggio di un’Italia che sembra ancora ferma all’economia delle corporazioni medievali.
Intanto, in Europa si discute di modernizzare anche le regole sui tempi di guida e di riposo per chi opera nel settore, inclusi i tassisti. Lo dimostra l’interrogazione scritta presentata dall’eurodeputato Anders Vistisen (PfE) alla Commissione Europea, in cui si chiede una revisione delle attuali normative sui tempi di pausa obbligatoria, che impongono lo stop dopo sei ore di servizio, anche quando il conducente ha già avuto lunghi periodi documentati di inattività senza clienti.
Secondo Vistisen, questa rigidità normativa danneggia sia i lavoratori – costretti a pause inutili e penalizzanti per il reddito – sia il servizio stesso offerto all’utenza. “È ragionevole – si chiede il deputato – che un’ora di attesa in auto senza passeggeri non venga considerata ‘pausa’?”.
L’europarlamentare danese, dunque, ha sollecitato la Commissione a chiarire o riformare il regolamento vigente, introducendo maggiore flessibilità e buonsenso nelle pause obbligatorie per le professioni della mobilità urbana. Un passo che, se accolto, potrebbe aprire la strada a una più ampia revisione del settore e a un riconoscimento normativo delle piattaforme digitali di ride-sharing come parte integrante del sistema.
Nel frattempo, in Italia, l’ostruzionismo della lobby dei taxi continua a frenare qualsiasi tentativo di evoluzione. Nonostante una domanda crescente da parte dei cittadini — soprattutto nelle grandi città — per servizi di mobilità più flessibili, digitalizzati e meno costosi, il legislatore resta prigioniero dei “desiderata anacronistici” delle corporazioni storiche. E così, mentre Uber e (compagnia cantante) in molte capitali europee viene regolamentato, ma non demonizzato, nel nostro Paese si continua a trattare il servizio come un “corpo estraneo” da espellere.
Questioni che evidenziano come in Italia si ignora ciò che serve per una mobilità moderna, ovvero norme adatte al XXI secolo, capaci di riconoscere l’evoluzione delle professioni, dei modelli di consumo e delle tecnologie. Tanto per iniziare.
Invece, come facilmente riscontrabile a tutte le ore del giorno, si continua a ignorare il cambiamento, in nome della “protezione” di rendite di posizione.
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