Europa a due velocità, addio all’unanimità e federalismo camuffato: sotto accusa le riforme istituzionali dell’UE
L’Europa a due velocità è davvero compatibile con la sovranità nazionale? E il progressivo svuotamento del voto all’unanimità non cela, dietro la retorica dell’autonomia strategica, un federalismo europeo che avanza in punta di piedi? Sono queste le domande poste in un’interrogazione scritta alla Commissione europea, presentata il 9 aprile 2026 da quattordici europarlamentari provenienti dai gruppi Patrioti per l’Europa (PfE), Conservatori e Riformisti (ECR), Europa delle Nazioni Sovrane (ESN) e dal gruppo dei Non Iscritti.
Il bersaglio è diretto: le proposte di riforma istituzionale promosse dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen e dal capogruppo del PPE Manfred Weber, in particolare il ricorso alla cooperazione rafforzata e al cosiddetto “metodo castello”, meccanismi che consentirebbero a coalizioni di Stati “volenterosi” di procedere su dossier strategici senza attendere il consenso unanime di tutti i Ventisette.
Il nodo dell’unanimità.
Il punto di partenza dell’interrogazione è la crescente insofferenza di Bruxelles verso il voto all’unanimità, da sempre uno dei cardini della governance europea e, per i firmatari, una garanzia irrinunciabile del peso di ciascuno Stato membro. Von der Leyen stessa ha invocato più volte l’attivazione della clausola di difesa reciproca prevista dall’articolo 42 paragrafo 7 del Trattato sull’Unione europea, avvertendo che l’assenza di meccanismi decisionali a maggioranza rischia di paralizzare la risposta dell’UE alle crisi internazionali.
Per i quattordici firmatari, tuttavia, questa narrativa maschera un progetto di centralizzazione del potere: le riforme proposte , presentate come risposte tecniche ai blocchi istituzionali , sarebbero in realtà strumenti per trasferire progressivamente autorità dalle capitali nazionali alle istituzioni europee, riducendo la responsabilità democratica dei Parlamenti eletti dai cittadini.
Tre domande, una sola preoccupazione.
La prima domanda è di principio: come si concilia l’integrazione differenziata , cioè la possibilità di procedere senza unanimità , con la difesa della sovranità nazionale e il rispetto dei Trattati vigenti, senza aprire la porta a un’integrazione sovranazionale che erode l’autorità dei governi eletti?
La seconda riguarda specificamente la politica estera e di difesa: come giustifica la Commissione la riduzione del requisito di unanimità proprio in questi settori, tradizionalmente considerati il cuore della sovranità statale?
La terza domanda è forse la più politicamente acuta: dove finisce l’“autonomia strategica” e dove inizia il federalismo incrementale? Come distingue la Commissione tra una genuina capacità di azione europea e uno spostamento di potere decisionale verso istituzioni non direttamente elette dai cittadini?
L’interrogazione non ha ancora ricevuto risposta formale da parte della Commissione, ma nella sua sola formulazione fotografa una delle tensioni più profonde dell’attuale dibattito europeo: quella tra chi vuole un’Unione più capace di agire in fretta , anche a costo di lasciare indietro chi non vuole seguire il passo , e chi teme che questa velocità si traduca in un ridimensionamento della democrazia nazionale. Con il dossier difesa sempre più urgente e il rebus dell’unanimità sempre più percepito come un ostacolo, la risposta della Commissione sarà attesa con grande attenzione.
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