15 Aprile 2026
Erasmus+

Erasmus+ e AgoraEU: 50 miliardi di euro per programmi sempre meno convincenti

Cinquanta miliardi di euro. È la cifra complessiva che l’Unione Europea si appresta a stanziare, nel quadro finanziario pluriennale 2028-2034, per due programmi destinati a plasmare l’identità europea: Erasmus+, con oltre 40 miliardi, e il nuovo AgoraEU, con 8,6 miliardi. Aumenti sostanziali, più di 10 miliardi in più per Erasmus rispetto al ciclo precedente, quasi il doppio per il comparto cultura e democrazia.

Soldi pubblici europei. Tanti. E la Corte dei conti europea ha deciso di dire la propria, con un parere che, letto tra le righe burocratiche, suona come un campanello d’allarme.

Cosa dice la Corte: i soldi ci sono. Meno i risultati.

Il punto più imbarazzante sollevato dai revisori è di una semplicità disarmante: gli aumenti di budget proposti “non sono sufficientemente motivati”. Non viene dimostrata una crescita delle azioni finanziate. Non viene documentata un’espansione del numero di beneficiari. Non viene nemmeno invocato l’assorbimento dell’inflazione come giustificazione.

In altri termini: si spende di più, ma non si spiega perché si debba spendere di più.

A questo si aggiunge un problema strutturale che la Corte definisce con linguaggio tecnico ma che nella sostanza è grave: i meccanismi di monitoraggio della performance “sono insufficienti per una valutazione complessiva di efficacia, efficienza e rapporto costi/benefici”. Tradotto: non sappiamo davvero se questi soldi producano risultati concreti e gli strumenti previsti dalla Commissione europea non aiutano a scoprirlo.

La flessibilità che diventa opacità.

Un altro elemento critico riguarda la flessibilità nella riassegnazione delle risorse tra programmi. Sulla carta sembra una proposta ragionevole, adattarsi alle priorità che cambiano. Ma la Corte nota che questa flessibilità non richiede alcuna giustificazione formale, il che “potrebbe compromettere la pianificazione a lungo termine e la stabilità necessaria per una realizzazione efficace delle politiche europee”.

In parole povere: i fondi possono essere spostati senza dover spiegare perché e, in un sistema già poco trasparente nella misurazione dei risultati, aggiungere flessibilità senza obbligo di rendicontazione è una ricetta per l’opacità.

Restano poi aspetti elementari non definiti nelle proposte: la fine del periodo di ammissibilità delle spese, il tetto per i costi tecnici e amministrativi, la chiarezza sui meccanismi di finanziamento. Dettagli che, in un programma da decine di miliardi, non dovrebbero essere lasciati in sospeso.

Il sistema di valutazione: chi decide chi vince.

Ma c’è un problema che va oltre i rilievi contabili, e che la Corte dei conti può solo sfiorare perché si colloca nel territorio scivoloso delle pratiche gestionali: il funzionamento concreto delle agenzie nazionali e dei valutatori responsabili della gestione dei programmi e della selezione dei progetti nei Paesi aderenti.

Chiunque abbia presentato progetti europei nell’ultimo decennio conosce bene la deriva europea. Le valutazioni sono sempre più affidate a esperti che applicano griglie ideologiche prima ancora che tecniche. I criteri di selezione premiano la retorica: quella specifica autoreferenzialità istituzionale europea fatta di inclusione, diversità, cittadinanza attiva, valori democratici, indipendentemente dalla qualità reale dei progetti o dalla loro capacità di produrre impatto misurabile.

Il risultato è un sistema dove chi sa scrivere nel linguaggio giusto vince, e chi propone interventi concreti ma privi del corretto involucro narrativo perde. Le agenzie nazionali, che dovrebbero garantire un’applicazione uninforme e imparziale dei criteri, sono spesso terreno di consolidamento di reti relazionali, preferenze politiche e orientamenti culturali che discriminano sistematicamente certi tipi di organizzazioni, certi territori e certi approcci.

Non è un’accusa astratta. È una denuncia che arriva da anni di esperienze concrete di enti, associazioni e istituzioni che si sono visti escludere non per la debolezza dei loro progetti, ma per non appartenere al perimetro ideologico gradito ai valutatori delle agenzie europee. Professionisti, se così si possono chiamare, dotati di contratti a tempo determinato (spesso della durata di tre anni) e, quindi, “facilmente influenzabili”.

Soft power senza bussola.

AgoraEU, in particolare, nasce con l’ambizione dichiarata di “rispondere alle minacce per la democrazia” e consolidare “i valori europei”. Obiettivi nobili, sulla carta. Ma quando si traducono in pratica attraverso un sistema di finanziamento che premia la conformità retorica piuttosto che l’efficacia reale, il risultato è l’opposto di quello proclamato.

Si finanziano convegni sull’identità europea a cui partecipano sempre le stesse organizzazioni. Si sovvenzionano produzioni culturali che circolano in circuiti già convinti. Si pagano campagne di comunicazione che raggiungono chi è già d’accordo e ignorano chi non lo è. Soft power, sì ma di una debolezza strutturale, incapace di parlare a quei cittadini europei che nei sondaggi esprimono crescente distanza dalle istituzioni di Bruxelles.

Il paradosso è completo: si spende sempre di più per difendere i valori europei e la fiducia degli europei nelle istituzioni continua a calare.

Cinquanta miliardi. Per cosa, esattamente?

La Corte dei conti europea ha fatto il suo lavoro con la misura istituzionale che le è propria. Ha sollevato i rilievi tecnici, ha chiesto chiarezza, ha raccomandato miglioramenti.

La domanda che nessuno a Bruxelles vuole davvero porsi è anche la più semplice: a fronte di 50 miliardi di euro di denaro pubblico, l’Europa è in grado di dimostrare che questi programmi producano cambiamenti misurabili? Che generino mobilità reale, cultura autentica e una democrazia più solida?

Perché se si guarda senza i paraocchi istituzionali, il quadro è meno edificante di quanto i comunicati stampa lascino intendere. Erasmus+, la bandiera più riconoscibile dell’identità europea, il programma che generazioni di studenti, giovani e adulti hanno celebrato come esperienza fondativa, si è trasformato progressivamente in un sofisticato sistema di finanziamento del turismo universitario, giovanile e della formazione inconsistente. Un programma che in molti casi ha sostenuto l’arroganza di migliaia di giovani europei sempre più abituati a considerare i fondi pubblici un diritto acquisito, un’opportunità di vita all’estero pagata dalla collettività, senza che nessuno si preoccupi seriamente di misurare cosa rimanga di quell’esperienza in termini di competenze reali e occupabilità concreta.

Che dire poi dei programmi Creative Europe e CERV. Azioni nate con l’obiettivo dichiarato di sostenere la cultura e difendere la democrazia, trasformatesi nel tempo in ATM per il finanziamento di proposte acritiche, costruite a tavolino per produrre consenso attorno alle narrative ufficiali di Bruxelles. E nei casi più gravi, strumenti per marginalizzare e silenziare le voci critiche verso politiche che una parte sempre più ampia dei cittadini europei considera semplicemente fallimentari.

L’Ue, anche sul fronte della cultura e della formazione, sta andando a scontrarsi con gli scogli. Ma, dopo anni di milestones negative, c’è sempre meno margine per il consenso verso tali politiche.