Erasmus+ ancora sotto accusa, Patrioti: “Programma usato come canale migratorio mentre le università ungheresi restano escluse”.
L’estensione del programma Erasmus+ ai Paesi del Mediterraneo meridionale e orientale, annunciata dalla Commissione il 17 ottobre nell’ambito del “Patto per il Mediterraneo” da 42 miliardi di euro, sta suscitando una dura polemica politica. Secondo numerosi eurodeputati – provenienti in larga parte dai gruppi Patrioti per l’Europa (PfE), PPE, ECR ed ESN – la riforma trasformerebbe il celebre programma di mobilità studentesca – sempre più indicato come uno strumento di soft power dell’Ue – in un nuovo canale di immigrazione legale, facilitando il rilascio dei visti per motivi di studio.
Le accuse arrivano in un contesto già teso, segnato dall’esclusione dal 2023 di quasi tutte le università ungheresi dal programma europeo. Bruxelles giustifica quella decisione con problemi di conflitto d’interessi, legati alla presenza di rappresentanti del mondo conservatore nei consigli di amministrazione delle fondazioni che gestiscono gli atenei – magari critici con i presunti valori Ue in ambito accademico -. Ma i firmatari dell’interrogazione denunciano un trattamento “ideologico” e un presunto doppio standard: gli atenei considerati vicini alla destra sarebbero penalizzati, mentre altri, “dominati dalla sinistra”, non sarebbero sottoposti allo stesso rigore”.
Le domande rivolte alla Commissione.
La maxi-interrogazione solleva tre questioni centrali. La prima riguarda la natura stessa della riforma del programma di mobilità: la Commissione intende davvero trasformare Erasmus+ in una via d’ingresso per l’immigrazione legale? Una scelta che, secondo i critici, snaturerebbe la missione originaria del programma, nato per favorire la mobilità accademica intra-europea e non per gestire flussi migratori.
Il secondo quesito chiede quali criteri oggettivi vengano impiegati per decidere le sospensioni dal programma, e come Bruxelles possa garantire che le sue sanzioni non colpiscano selettivamente istituzioni percepite come conservatrici. Il sospetto avanzato dai deputati è che la Commissione applichi i propri standard “in modo non uniforme”, penalizzando un determinato orientamento politico.
Infine, l’interrogazione contesta il fatto che l’UE dichiari di difendere la libertà accademica mentre, allo stesso tempo, sanziona l’Ungheria proprio sul terreno dell’autonomia universitaria. I deputati domandano come Bruxelles possa sostenere tale posizione se, nel frattempo, continua a finanziare istituzioni con esplicite connotazioni politiche.
Un dibattito che tocca i tanti “nervi scoperti” dell’UE.
La controversia si inserisce nel più ampio confronto tra Bruxelles e Budapest su Stato di diritto, autonomia delle istituzioni e gestione dei fondi europei. L’accusa di “strumentalizzare” Erasmus+ per obiettivi migratori alimenta inoltre un dibattito già infuocato sul ruolo dell’UE nelle politiche migratorie e sulla capacità della Commissione di mantenere una linea neutrale rispetto alla politica interna degli Stati membri.
La risposta della Commissione è attesa nelle prossime settimane, in un clima di crescente polarizzazione che rende il destino dell’Erasmus+ – uno dei programmi simbolo dell’integrazione europea – un banco di prova tanto politico quanto culturale.
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