Erasmus+ 2028-2034: più fondi per gli stessi risultati mediocri?
Sessanta miliardi di euro. È la cifra che la commissione per lo sviluppo del Parlamento europeo chiede di stanziare per il prossimo ciclo di Erasmus+, il programma di mobilità e cooperazione educativa dell’Unione per il periodo 2028-2034. Un aumento robusto rispetto ai 40,8 miliardi proposti dalla Commissione europea. Sulla carta, una buona notizia.
Peccato che nessuno si ponga la domanda più scomoda: a che serve raddoppiare i fondi se il problema di Erasmus+ non è quanto spende, ma come lo spende e, soprattutto, a chi eroga le risorse?
Il meccanismo che premia la retorica e l’analfabetismo funzionale.
Chiunque abbia avuto a che fare con Erasmus+, come candidato e operatore del settore educativo, conosce bene il copione. I progetti che passano la selezione non sono necessariamente i più innovativi, i più radicati nel territorio, i più capaci di produrre un impatto reale sui giovani. Sono quelli scritti meglio. Quelli che usano le parole giuste. Quelli che promettono un “happy ending” facilmente rendicontabile: il numero di giovani coinvolti, le ore di attività svolte, i partner internazionali raggiunti e le conferenze finali organizzate.
Il risultato è una produzione industriale di progetti retorici, confezionati con perizia burocratica da organizzazioni esperte nel parlare la lingua della Commissione, e altrettanto esperte nel produrre report finali che certificano il successo di esperienze spesso prive di qualsiasi sostanza trasformativa. Giovani che “acquisiscono competenze per la vita”. Cittadinanza europea “rafforzata”. Inclusione “promossa”. Il tutto documentato con foto sorridenti, questionari di soddisfazione e dissemination events che non disseminano nulla a nessuno.
Il paradosso dell’inclusione.
Il parere della commissione sviluppo del Parlamento europeo, esprersso dalla relatrice Carolina Morace, contiene proposte che vanno nella direzione giusta: almeno il 30% dei fondi per le persone con minori opportunità, indicatori vincolanti, una definizione più larga di svantaggio strutturale. Tutto condivisibile, sulla carta.
Ma il nodo resta irrisolto: chi decide quali progetti sull’inclusione meritano i fondi? Le stesse commissioni di valutazione, che da anni premiano i soliti attori, le stesse reti di organizzazioni consolidate che sanno come costruire dossier impeccabili, mentre le piccole realtà di base, quelle che lavorano davvero con i giovani più fragili, in periferia, nelle scuole difficili, nei quartieri dimenticati, vengono sistematicamente tagliate fuori per un refuso nella modulistica o per non aver raggiunto la soglia minima di punteggio.
Prevedere una quota del 30% per chi ha meno opportunità è un’intenzione nobile. Ma se i criteri di selezione dei progetti rimangono quelli attuali, quella quota finirà comunque nelle mani di chi sa scrivere bene le parole “inclusione” e “vulnerabilità”, non di chi le vive e ci lavora ogni giorno.
Senza contare che, aspetto taciuto ma di dominio pubblico, i valutatori interni ed esterni alle agenzie nazionali, responsabili della valutazione dei progetti, valutano con ampia discrezione la guida Erasmus+ comune a tutti i Paesi, generando iniquità e pregiudizio tra i proponenti delle proposte progettuali. L’Erasmus+, ormai, è diventata una lotteria.
Il pensiero critico che non si può toccare.
C’è un altro punto che il documento affronta con coraggio dichiarativo ma senza gli strumenti per attuarlo davvero. Il parere chiede che Erasmus+ promuova “l’alfabetizzazione democratica, il pensiero critico e una sostanziale partecipazione civica” come obiettivi indipendenti dall’occupabilità. Giusto. Anzi, urgente.
Ma nella pratica quotidiana del programma accade esattamente il contrario: i progetti che propongono percorsi di pensiero critico autentico, che mettono in discussione narrazioni dominanti, che lavorano sul conflitto e sul dissenso come strumenti pedagogici, che non promettono la pacificazione finale, faticano a passare la selezione molto più dei progetti che promettono armonia, dialogo, “valori europei condivisi” e le foto di gruppo “dove ci si abbraccia al tramonto”.
Il pensiero critico che piace a Erasmus+ è quello che non disturba nessuno.
Sessanta miliardi per cosa, esattamente?
Il parere motiva l’aumento di budget con tre argomenti: l’ampliamento degli obiettivi, l’inflazione e il “persistente esubero di domande”. Quest’ultimo dato è reale ma va letto con attenzione: c’è esubero di domande perché Erasmus+ è diventato una fonte di finanziamento strutturale per un intero ecosistema di organizzazioni del terzo settore educativo europeo che dipendono da esso per sopravvivere. Non necessariamente perché ci sia un surplus di idee buone che aspettano di essere finanziate.
Aumentare i fondi senza riformare la struttura di selezione, senza intervenire sui criteri di valutazione, senza spezzare il circuito autoreferenziale delle reti consolidate significa una cosa sola: più soldi agli stessi soggetti, per gli stessi progetti, con gli stessi risultati.
Cosa servirebbe davvero.
Non servono necessariamente 60 miliardi. Servono criteri di selezione che premino la sostanza sull’estetica progettuale. Serve un sistema di valutazione che includa chi lavora sul campo, non solo chi conosce i formulari. Servono meccanismi di controllo sull’impatto reale, non sull’output dichiarato, che siano terzi rispetto alle agenzie nazionali. Serve il coraggio di rifiutare progetti ben scritti ma vuoti, anche se vengono da organizzazioni con un lungo storico di partecipazione al programma.
Il parere condiviso dalla relatrice Morace contiene alcune di queste istanze in forma embrionale, la semplificazione per le piccole ONG, gli indicatori disaggregati, il monitoraggio dell’inclusione reale. Ma sono emendamenti marginali in un impianto che non viene messo in discussione nella sua logica di fondo.
Raddoppiare il budget di un programma strutturalmente orientato a premiare la retorica sull’impatto, quindi, non è una riforma. È un investimento nella mediocrità con più zeri.
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