Energia, tra transizione e caro-carburanti: cosa dicono davvero i numeri
Tra il 2022 e il 2026 il sistema energetico europeo ha attraversato una trasformazione profonda, spinta dalla necessità di ridurre la dipendenza dal gas russo dopo l’invasione dell’Ucraina. I numeri raccontano progressi reali, ma anche i limiti di una transizione che, almeno per ora, non si è tradotta in un calo dei prezzi alla pompa per gli automobilisti italiani.
Meno gas, più rinnovabili: cosa dicono i dati.
Tra l’agosto 2022 e il gennaio 2026 la domanda di gas nell’Unione Europea è diminuita del 19%, un calo significativo che riflette sia gli sforzi di efficientamento energetico sia la crescita delle fonti alternative. In Italia, nello stesso periodo (tra il 2020 e il 2024), la produzione di biocarburanti e rinnovabili è cresciuta di 5,4 punti percentuali, a fronte di una contrazione della produzione di gas pari a 2,8 punti percentuali. Un cambiamento di rotta che si riflette anche sul peso del gas russo per l’Unione: da quando è stato introdotto il programma RepowerEU, la sua incidenza sull’approvvigionamento europeo si è ridotta di 33 punti percentuali.
Sono numeri che testimoniano una transizione in atto, ma che vanno letti con cautela quando si guarda al portafoglio degli automobilisti. Nonostante gli obiettivi del piano RepowerEU, i biocarburanti rappresentano oggi ancora meno del 10% del carburante erogato alle pompe italiane. Questo significa che la crescita delle rinnovabili non spiega, almeno non direttamente, l’andamento dei prezzi di benzina e diesel, che restano prodotti in larga parte da combustibili fossili e continuano a rispondere alle dinamiche del mercato petrolifero internazionale, oltre che alle politiche fiscali nazionali. La crescita delle rinnovabili può contribuire a ridurre la dipendenza energetica europea dai prodotti russi, ma i suoi effetti non sono uniformi tra i vari settori e non si traducono in modo automatico in un calo dei prezzi alla pompa.
Il diesel è sempre più caro.
I dati sui prezzi confermano questa dinamica. Il 1° settembre 2026 il costo medio del gasolio in modalità self-service in Italia, secondo la rilevazione del ministero dei Trasporti, si attestava a 2,132 euro al litro. Un valore che segna un aumento del 34,5% rispetto al 1° gennaio 2022, quando il diesel costava 1,585 euro al litro , un incremento maturato nel pieno della crisi energetica innescata dalla guerra in Ucraina e mai riassorbito del tutto negli anni successivi.
Come si forma il prezzo alla pompa?
Al netto delle dinamiche geopolitiche, sul prezzo dei carburanti pesano tre componenti principali. La prima è quella industriale, ovvero il costo del prodotto vero e proprio, contrattato sui mercati internazionali in dollari. La seconda è rappresentata dalle accise, le imposte indirette che gravano sulla produzione o sul consumo di beni specifici come i carburanti, ma anche alcolici e tabacco: al 1° settembre 2026 erano fissate a circa 0,67 euro per ogni litro di benzina, con una quota fissa indipendente dal prezzo del prodotto. La terza componente è l’IVA, calcolata sempre al 22% sulla somma tra componente industriale e accise. Sommando accise e IVA, alla data del 1° settembre 2026 la tassazione complessiva su un litro di benzina ammontava a circa 0,91 euro, più di un terzo del prezzo finale pagato al distributore.
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