Energia rinnovabile e tutela del territorio: la Sardegna non è senza difese contro la speculazione.
La Sardegna può ancora difendere gran parte del proprio territorio dalla speculazione energetica. È questo il messaggio che emerge dalla recente sentenza della Corte costituzionale del 16 dicembre 2025, la numero 184, che ha chiarito in modo netto la ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni sull’ubicazione degli impianti da fonti rinnovabili. La Consulta ha dichiarato illegittime diverse parti della legge regionale sarda del 5 dicembre 2024, che individuava le aree idonee e non idonee all’installazione degli impianti, accogliendo in larga misura il ricorso del Governo per violazione delle competenze statali in materia di energia e ambiente.
La Corte ha ribadito un principio ormai consolidato: spetta allo Stato fissare i principi fondamentali della materia energetica, comprese le regole sulle aree idonee, le procedure autorizzative uniche e il coordinamento con Regioni e Province autonome. Lo aveva già affermato in numerose pronunce precedenti e lo aveva confermato pochi mesi prima, con la sentenza che aveva bocciato la moratoria regionale sarda sugli impianti rinnovabili, ritenuta incompatibile con la normativa nazionale che vieta blocchi generalizzati in attesa della pianificazione.
Un chiarimento importante riguarda anche il concetto di “area non idonea”: non equivale a un divieto automatico di installazione, ma comporta l’esclusione dai procedimenti autorizzativi semplificati previsti dallo Stato per accelerare la diffusione delle rinnovabili nelle zone considerate idonee. Un principio che rende giuridicamente insostenibili proposte come quella della legge popolare Pratobello ’24, che prevedeva addirittura una moratoria senza termine.
Questo significa che non esistono più argini al dilagare di una speculazione energetica incontrollata, capace di mettere a rischio ambiente, paesaggio e identità dell’Isola senza reali benefici per la decarbonizzazione? La risposta, secondo il Gruppo di Intervento Giuridico, è no. Anche in assenza di una legge regionale pienamente efficace sulle aree idonee, restano infatti in vigore numerosi strumenti di tutela del territorio.
“Il primo – spiegano dal GRiG – è il Piano paesaggistico regionale. Fin dal 2006, negli ambiti costieri della Sardegna è vietata la realizzazione di centrali eoliche e di infrastrutture di trasporto dell’energia in superficie, un divieto ribadito anche dalla normativa statale più recente. A questo si aggiungono le fasce di rispetto attorno ai beni tutelati dal punto di vista culturale e paesaggistico, che limitano fortemente l’installazione di impianti eolici e fotovoltaici in prossimità di aree vincolate. Sebbene negli ultimi anni tali fasce siano state ridotte, restano comunque uno strumento rilevante di salvaguardia. Un altro baluardo è rappresentato dai demani civici. Le terre collettive, per legge, sono inalienabili, indivisibili e destinate in modo permanente ad usi agro-silvo-pastorali. Questo le rende, di fatto, incompatibili con la localizzazione di impianti industriali per la produzione di energia. Anche su questo fronte, la giurisprudenza è chiara”.
La stessa Corte costituzionale, nella sentenza di dicembre, ha poi richiamato il regolamento europeo sulla tutela della natura, che consente agli Stati membri di escludere determinate aree di elevato valore naturalistico dalla presunzione di “interesse pubblico prevalente” riconosciuta agli impianti rinnovabili. In altre parole, anche l’Unione europea ammette che esistano territori dove la tutela ambientale deve prevalere.
Sul fronte degli impianti offshore, la competenza resta statale, ma non mancano le incognite. I piani di gestione dello spazio marittimo approvati nel 2024 non possono avere efficacia oltre le 12 miglia marine dalla costa, perché l’Italia non ha ancora istituito una Zona Economica Esclusiva concordata a livello internazionale. Senza questo strumento giuridico, ogni pianificazione oltre le acque territoriali rischia di restare sulla carta.
Il nodo centrale resta però la speculazione energetica. Le fonti rinnovabili sono indispensabili per contrastare i cambiamenti climatici, ma l’assenza di una pianificazione seria e basata sui reali fabbisogni sta alimentando un modello distorto. In Sardegna, come certificato dalla Soprintendenza speciale per il PNRR, i progetti in corso superano già di sette volte gli obiettivi fissati per il 2030, arrivando a prefigurare una vera e propria sostituzione del paesaggio e del patrimonio culturale con impianti industriali, ben oltre il fabbisogno regionale.
Il fenomeno non riguarda solo l’Isola. “A livello nazionale – si legge ancora nella nota del GRiG – le richieste di connessione alla rete elettrica hanno raggiunto oltre 330 gigawatt, a fronte di un obiettivo di circa 70 gigawatt al 2030. Energia che, in gran parte, dovrà comunque essere pagata, anche quando non utilizzata, attraverso i meccanismi di dispacciamento. I costi finiscono inevitabilmente sulle bollette dei cittadini, mentre i benefici economici restano concentrati nelle mani delle grandi società energetiche, tra incentivi, certificati verdi e aiuti di Stato”.
Non a caso, la Commissione europea ha recentemente autorizzato un regime di aiuti da oltre 35 miliardi di euro per sostenere nuove capacità rinnovabili in Italia, finanziato ancora una volta attraverso un prelievo sulle bollette. Un’“overdose” di energia producibile che rischia di servire più agli speculatori che alla transizione ecologica.
Eppure, le alternative esistono. Studi dell’Ispra dimostrano che l’Italia potrebbe installare decine di gigawatt di fotovoltaico sfruttando tetti di edifici esistenti, capannoni industriali, parcheggi e aree già impermeabilizzate, riducendo drasticamente l’impatto ambientale e i conflitti sociali. Secondo le stime, solo sui fabbricati esistenti sarebbe possibile arrivare a una potenza compresa tra 70 e 92 gigawatt.
La transizione energetica, dunque, non è in discussione. In discussione è il modo in cui viene portata avanti. Senza pianificazione, senza buon senso e senza il coinvolgimento reale dei territori, il rischio è quello di una trasformazione irreversibile del paesaggio e dell’identità del Paese. Per questo, sempre più cittadini e associazioni chiedono di alzare la voce, rivendicando un principio semplice: sì alle energie rinnovabili, no alla speculazione energetica.
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