Europa

Elezioni nella Republika Srpska: un precedente istituzionale e un bivio politico per la Bosnia.

Le elezioni presidenziali anticipate parzialmente ripetute nella Republika Srpska, entità della Bosnia ed Erzegovina, in programma l’8 febbraio 2026 in 136 seggi distribuiti in 17 comuni, rappresentano uno dei passaggi elettorali più delicati dalla fine della guerra. Pur coinvolgendo formalmente “solo” 85.070 elettori, il voto si inserisce in un contesto di profonda crisi istituzionale, di interventi giudiziari senza precedenti e di una lotta aperta per il controllo effettivo del potere a livello di entità.

Tra diritto e potere reale: il caso Dodik e la frattura istituzionale.

La condanna dell’ex leader Milorad Dodik (SNSD) ha innescato uno scontro frontale tra l’ordine costituzionale bosniaco e la realtà politica della Republika Srpska. In un primo momento la dirigenza dell’entità ha rifiutato di riconoscere la sentenza, continuando a considerare Dodik come autorità legittima. Sebbene la decisione sia stata poi formalmente accettata, la sua applicazione resta di fatto bloccata: il tribunale di Banja Luka ritarda da mesi la rimozione di Dodik dal registro come presidente del partito, esponendo funzionari e giudici a possibili responsabilità penali.

Ne è scaturito un paradosso: Dodik, pur “neutralizzato” sul piano legale, continua a esercitare un’influenza decisiva sull’apparato istituzionale. Da qui l’emergere della figura di Siniša Karan, candidato dell’SNSD, percepito da molti come un “candidato manciuriano”, destinato a garantire la continuità delle politiche dodikiane sotto un’altra veste. Un’ipotesi che, secondo diversi analisti, metterebbe in discussione lo stato di diritto e l’integrità democratica del Paese.

A rafforzare i timori contribuisce l’attivismo internazionale di Dodik, che ricorda le strategie di Slobodan Milošević: consolidare il consenso interno attraverso pressioni esterne e l’appoggio di potenze come Russia e Stati Uniti. La storia, però, suggerisce che simili manovre possono trasformarsi in un boomerang, con conseguenze destabilizzanti per l’intera Bosnia.

Un voto che può cambiare gli equilibri.

La Commissione elettorale centrale ha pubblicato i risultati corretti delle presidenziali: Branko Blanuša (SDS) ha ottenuto 201.387 voti, contro i 195.686 di Karan, con un margine di circa 6.000 preferenze. Il nuovo scrutinio nei seggi annullati potrebbe dunque risultare decisivo.

Una vittoria di Karan significherebbe la prosecuzione della linea di scontro con le istituzioni statali, l’isolamento dell’entità e un’ulteriore influenza di attori esterni ostili al percorso europeo. Al contrario, un successo di Blanuša aprirebbe la strada a una de-escalation, a riforme anticorruzione e a un riavvicinamento con la comunità internazionale, avviando il superamento del modello di governo personalistico.

Media indipendenti sotto pressione.

Il clima elettorale è aggravato dalle crescenti pressioni sui media indipendenti. Emblematici i casi di TV Hayat e RTV BN, emittenti private sottoposte a tentativi di marginalizzazione economica e regolatoria. Iniziative politiche a livello statale hanno persino cercato di escludere TV Hayat dal palinsesto di BH Telecom, mentre la manipolazione dei sistemi di rilevazione degli ascolti rischia di strangolare finanziariamente le voci critiche.

Tali pratiche, denunciano osservatori e organizzazioni internazionali, minano il pluralismo e compromettono la trasparenza del voto, favorendo una narrazione mediatica allineata al potere.

Appello alla comunità internazionale.

In questo scenario, il ruolo dell’Ue e delle istituzioni internazionali è ritenuto cruciale: monitoraggio rigoroso delle operazioni di voto, contrasto ai discorsi d’odio e difesa dell’ordine costituzionale sono condizioni essenziali per la legittimità del processo.

L’istituto IFIMES chiede interventi urgenti per garantire la libertà operativa dei media, il sostegno alle produzioni locali e l’accesso dei cittadini a informazioni affidabili. “La tutela del pluralismo – avverte – coincide con la difesa stessa della democrazia bosniaca”.

Il voto dell’8 febbraio non sarà dunque un semplice passaggio tecnico, ma un banco di prova per lo stato di diritto e la stabilità dei Balcani occidentali. Da esso dipenderà se la Republika Srpska resterà ancorata a un sistema di potere personalistico o imboccherà la strada di una normalizzazione democratica.

Sullo sfondo, però, restano tutti i problemi creati paradossalmente con gli accordi di Dayton del 1995 che, di fatto, non hanno mai permesso alla Bosnia di cambiare la propria governance politica e introdurre nuovi elementi indipendenti nella politica nazionale, slegati dall’appartenenza etnica, senza contare l’autoritaria figura dell’Alto rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina, detentore dei cosiddetti “poteri di Bonn”, che gli consentono – senza il minimo mandato democratico – di rimuovere funzionari eletti o nominati, imporre leggi e annullare decisioni delle autorità locali.

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