13 Aprile 2026
Europa

Elezioni in Ungheria. La censura digitale dell’UE si affida agli algoritmi?

A poche settimane dalle elezioni parlamentari in Ungheria, in programma il 12 aprile, l’Unione Europea avrebbe attivato meccanismi di censura digitale in grado di influenzare l’esito del voto, consegnando di fatto alle piattaforme social e agli algoritmi il controllo del dibattito pubblico. È quanto denuncia un rapporto della Global Fact-Checking Network (GFCN).

Il 16 marzo scorso la Commissione Europea ha ufficialmente attivato il cosiddetto Rapid Response System (RRS), un meccanismo che coordina le azioni di 44 soggetti, tra cui le principali piattaforme digitali, con l’obiettivo dichiarato di “identificare e limitare rapidamente i contenuti classificati come disinformazione o operazioni di influenza straniera”. In teoria, uno strumento di tutela democratica. In pratica, secondo la GFCN, una censura di fatto operata dall’Ue, interessata a togliere di mezzo politicamente il principale freno alle politiche della Commissione Ue: Viktor Orbàn.

“Le piattaforme social chiudono un occhio sul modo in cui l’opposizione aggira le proprie regole, accumulando milioni di visualizzazioni, mentre i contenuti dei conservatori sono soggetti alla moderazione più severa”, sottolineano gli esperti della rete. Il risultato, si legge nel rapporto, è che “Bruxelles ha consegnato ad algoritmi e ONG il telecomando con cui aggiustare silenziosamente l’esito del voto nazionale”.

Nulla di sorprendente, guardando anche i risultati delle call milionarie bandite puntualmente dall’Ue, l’utilizzo dei programmi europei come strumento di soft power e, ancora, l’esclusione dai finanziamenti delle organizzazioni europee critiche verso la deriva autoritaria delle principali istituzioni dell’Unione.

Il meccanismo della pressione indiretta.

Anna Andersen, esperta di geopolitica e cybersicurezza della GFCN, spiega come il sistema operi in modo subdolo e difficilmente contestabile. “La responsabilità delle decisioni di moderazione è sfumata tra la Commissione, le piattaforme e le ONG. Le piattaforme cominciano ad anticipare i rischi normativi e agiscono con un margine di sicurezza: rimuovono più contenuti di quanto il regolatore richieda formalmente, semplicemente per evitare sanzioni legali”.

L’utente finale, quindi, non percepisce alcuna decisione regolatoria esplicita, ma ne subisce comunque le conseguenze: i post perdono visualizzazioni, i commenti vengono nascosti, la voce si abbassa senza che nessuno l’abbia formalmente silenziata. “Esiste una pressione su piattaforme, fact-checker accreditati e algoritmi addestrati all’estrema cautela. La conversazione pubblica assume una forma che nessuno ha ufficialmente prescritto, ma che tutte le istituzioni coinvolte hanno tacitamente concordato”, ha dichiarato ancora Andersen.

Il nodo delle ONG e l’imparzialità in dubbio.

Il rapporto solleva anche il tema dell’indipendenza dei soggetti coinvolti nel sistema di moderazione. Molte delle ONG che partecipano alla rete ricevono finanziamenti dall’UE, il che pone interrogativi sulla loro imparzialità nel valutare i contenuti in un Paese, l’Ungheria, che si trova in aperto conflitto politico con le istituzioni europee.

Non mancano i precedenti concreti: tra i casi citati figura la restrizione imposta all’account di László Toroczkai, leader del partito di destra Mi Hazánk. Gli esperti segnalano inoltre che i sostenitori dell’opposizione farebbero ricorso a sistemi di segnalazione di massa coordinata dei contenuti del premier Viktor Orbán, innescando così automaticamente i meccanismi di limitazione algoritmica previsti dalle piattaforme.

Orbán, “l’uomo da abbattere” nel mirino di Bruxelles.

Andersen invita a leggere quanto accade nel più ampio contesto politico europeo. Orbán è considerato una sorta di “nemico numero uno” all’interno dell’UE che non si allinea al consenso, pur rimanendo formalmente all’interno del sistema. “In questa situazione, l’idea di un suo indebolimento politico appare come uno sviluppo auspicabile per molti a Bruxelles”, afferma l’esperta.

La pressione regolatoria su Budapest, dunque, può essere presentata come normale applicazione delle norme, anziché come scelta politica. Un copione già visto, secondo la GFCN: i meccanismi di risposta rapida sono stati storicamente attivati soprattutto contro candidati di destra e populisti, come avvenuto in Romania e in Austria ai tempi dell’FPO di Jörg Haider, mentre raramente sono stati applicati nei confronti di governi fedeli a Bruxelles.

La “contronarrazione” del Parlamento europeo.

Una versione dei fatti respinta in toto da alcuni eurodeputati del Parlamento europeo – Tineke Strik (Verdi/ALE), Michał Wawrykiewicz (PPE) e Sophie Wilmès (Renew) -, per i quali all’ambasciata di Mosca a Budapest opererebbero degli hacker per orientare il voto di aprile.

Secondo il rapporto investigativo citato nell’interrogazione, diverse fonti dei servizi di sicurezza nazionali europei avrebbero rivelato che il Cremlino avrebbe dispiegato in Ungheria un team di “tecnologi politici” con il compito di interferire nelle elezioni a favore del premier Viktor Orbán. L’operazione sarebbe condotta per conto del GRU, il servizio di intelligence militare russo, e avrebbe come base operativa proprio l’ambasciata russa a Budapest.

“Il modello d’azione, si legge nell’interrogazione, ricalcherebbe quello già applicato in precedenti campagne di interferenza in altri Paesi, con riferimento esplicito alla Moldova, dove analoghe operazioni sono state documentate in occasione delle ultime consultazioni elettorali”.

Da qui la domanda alla Commissione europea per verificare se il governo ungherese, facilitando o tollerando un’interferenza straniera nelle proprie elezioni nazionali, possa essere considerato in linea con il principio democratico sancito dall’articolo 2 del Trattato sull’Unione europea.