Einstein Telescope in Sardegna: un sogno che rischia di diventare l’ennesimo spreco
La conferenza andata in scena ieri sera al Parlamento Europeo, nell’edificio Altiero Spinelli di Bruxelles, è di quelle che fanno brillare gli occhi. Rappresentanti istituzionali, fisici di fama internazionale, eurodeputati e la presidente della Regione Sardegna, Alessandra Todde, riuniti per promuovere la candidatura del sito sardo di Sos Enattos, nel Nuorese, ad ospitare l’Einstein Telescope (ET): il rivelatore di onde gravitazionali di terza generazione che potrebbe riscrivere la nostra comprensione dell’universo. Un progetto da manuale, almeno sulla carta, tra le pochissime proposte in corsa in Ue.
Tutto bene, dunque? Non esattamente.
Il problema non è la scienza. È chi dovrebbe sostenerla.
Sia chiaro: sollevare dubbi sulla capacità della Sardegna di gestire un simile progetto non è disfattismo, né significa tifare contro l’isola. È esattamente il contrario. Proprio perché l’Einstein Telescope è un’infrastruttura scientifica seria, un bene collettivo europeo che servirà la comunità della ricerca per decenni, sarebbe irresponsabile non chiedersi se la Regione Sardegna, con la sua attuale classe dirigente, sia in grado di fare la propria parte.
E i segnali, a guardare con onestà la situazione, non sono incoraggianti.
La gestione delle risorse pubbliche regionali presenta da anni, come confermato più volte in Consiglio regionale, un profilo di opacità difficile da ignorare. Non si tratta di una questione partitica: il problema attraversa le maggioranze che si sono succedute, manifestandosi come distrazione di risorse, mancata progettualità, assenza di visione di lungo periodo. L’attuale legislatura, lungi dal segnare una discontinuità, ha volutamente procedere sulla stessa traiettoria, se non peggio, aggravata da una noncuranza del servizio pubblico sempre più evidente.
Una regione che non riesce a fare le cose ordinarie.
Il punto è questo: per dare gambe a un progetto come l’Einstein Telescope, nel caso in cui Lula dovesse spuntarla rispetto ai concorrenti, servirebbero infrastrutture efficienti, trasporti adeguati, politiche attive per attrarre e trattenere talenti, un sistema sanitario funzionante, servizi pubblici capaci di rendere vivibile il territorio per i ricercatori e le loro famiglie che arriverebbero da tutta Europa.
Oggi la Sardegna non ha nulla di tutto questo, o quasi. Le infrastrutture di collegamento interno restano un’annosa emergenza. I trasporti pubblici sono insufficienti. Le politiche attive per il lavoro latitano. La sanità, soprattutto nelle aree interne, proprio quelle dove sorgerebbe l’ET, è in stato di crisi cronica. L’inclusione sociale e i servizi alle comunità locali non reggono il confronto con nessuna regione europea comparabile per ambizioni scientifiche.
Come si pensa, in questo contesto, di ospitare uno dei più grandi esperimenti di fisica del prossimo mezzo secolo? Come si pensa di attirare “i talenti europei?”.
Un recente caso-simbolo: l’aeroporto di Cagliari-Elmas.
Se servisse un emblema recente di questa deriva, basterebbe guardare a quanto sta accadendo all’aeroporto di Cagliari-Elmas. In una regione dove quasi nulla funziona, lo scalo cagliaritano rappresentava, e rappresenta ancora, per ora, uno dei pochi esempi autentici di buona gestione: un’infrastruttura cresciuta negli anni, efficiente, capace di reggere la pressione stagionale e di proiettarsi verso una dimensione più strutturale. Nonché produrre utili…
Ebbene, l’attuale giunta regionale ha scelto proprio questo momento per rimettere mano alla governance dell’aeroporto, in direzione di un modello che favorisce interessi privatistici a scapito del controllo pubblico. In una regione che non riesce a far funzionare ciò che non funziona, si destabilizza, senza ragioni di pubblico interesse comprensibili, l’unica cosa che funzionava.
È una metafora potente e difficilmente casuale.
Bruxelles applaude. Lula aspetta.
La presidente Alessandra Todde, dal Parlamento europeo di Bruxelles, ha parlato di “cooperazione e dialogo”, di “luoghi di riferimento per la ricerca, l’innovazione e lo sviluppo tecnologico”. Parole giuste, nel contesto giusto. Il problema è che tra i proclami europei e la realtà quotidiana delle comunità sarde, di Nuoro, di Lula, delle aree interne abbandonate a sé stesse, si apre un abisso che nessuna conferenza stampa è in grado di colmare. Dopo due anni nell’Isola le politiche, oltre che scarsamente innovative, si muovono nella più deprimente linea di continuità. E pensare che nel 2026 bisogna avere nostalgia di un Renato Soru con la sua visionaria buona pratica del Master&Back, la dice lunga sull’attuale stato della classe dirigente al potere (e all’opposizione) nell’Isola.
L’Einstein Telescope merita di essere realizzato. Merita il miglior sito possibile e la miglior governance possibile. Se la Sardegna vuole davvero essere all’altezza di questa opportunità storica, deve prima dimostrare, nei fatti, non nei convegni, di sapere come si gestisce la cosa pubblica. Altrimenti il rischio concreto è che, anche in caso di vittoria, l’ET diventi l’ennesimo progetto naufragato tra le sabbie mobili di una gestione regionale incapace di trasformare le risorse in risultati.
E sarebbe una perdita non solo per la Sardegna, ma per tutta la scienza europea. Il tempo per dimostrare un simile virtuosismo, è veramente breve: 9-10 mesi e nulla più.
