5 Settembre 2026
Politica

Educazione: l’Ue si autopromuove: luci e ombre della scuola europea

C’è qualcosa di strutturalmente ambiguo in un’istituzione che valuta sé stessa. La Commissione europea ha pubblicato a giugno 2025 la valutazione intermedia del proprio quadro strategico per l’istruzione e la formazione 2021-2030, il documento che dovrebbe guidare la costruzione del cosiddetto Spazio europeo dell’istruzione, e il risultato è, come spesso accade in questi esercizi burocratici, un bilancio che celebra i progressi e minimizza i fallimenti.

La lettura attenta del rapporto racconta una storia più complessa. E non sempre rassicurante.

Cos’è lo Spazio europeo dell’istruzione e perché dovrebbe interessare.

Prima di entrare nel merito delle criticità, vale la pena ricordare di cosa si parla. Lo Spazio europeo dell’istruzione, l’European Education Area, EEA nella sigla inglese, è la grande cornice politica con cui l’UE prova a coordinare i sistemi educativi dei ventisette Stati membri, pur senza avere competenza diretta in materia: l’istruzione resta prerogativa nazionale, e Bruxelles può solo incentivare, raccomandare, finanziare.

Il quadro strategico attuale copre il decennio 2021-2030 e si articola in cinque priorità: migliorare qualità, equità e inclusione; rendere reale la formazione permanente e la mobilità; rafforzare la professione docente; consolidare l’istruzione superiore europea; sostenere le transizioni verde e digitale attraverso la scuola. A supporto, sette obiettivi quantificati da raggiungere entro il 2030, più un obiettivo intermedio al 2025. Il programma Erasmus+ è il principale strumento operativo e finanziario.

Il ciclo 2021-2025 si sta concludendo e la valutazione intermedia serve a capire cosa ha funzionato e cosa correggere per il secondo ciclo, quello 2026-2030.

Cosa dice il rapporto: “I risultati sono positivi”.

Il documento riconosce alcuni risultati concreti. La cooperazione europea ha prodotto un coordinamento reale tra i Paesi membri attorno a priorità condivise, ha sostenuto riforme nazionali e ha permesso una risposta coordinata alle crisi degli ultimi anni , pandemia in testa. L’iniziativa delle European Universities, che mette in rete atenei di diversi Paesi, è citata come esempio virtuoso. Il target sulla partecipazione degli studenti di formazione professionale al work-based learning, cioè l’apprendimento in contesto lavorativo, è stato addirittura superato prima della scadenza del 2025.

L’Erasmus+ (uno dei famigeratoiprogramma di soft power europeo) continua a fare il suo lavoro, e i fondi strutturali europei, ESF+, FESR, il RRF del PNRR, hanno riversato sull’istruzione una cifra considerevole: oltre 150 miliardi di euro nel ciclo in corso. Non pochi.

Le criticità che il rapporto non riesce a nascondere.

Ed è qui che il documento, come ricorda una indagine di Krisztina Binder realizzata per il Parlamento europeo, diventa più interessante e più preoccupante.

Le competenze di base sono in calo. Il rapporto parla apertamente di segnali allarmanti sul fronte delle competenze fondamentali: lettura, matematica, scienze, competenze digitali. Non solo l’obiettivo del 15% di studenti con basse competenze appare difficile da raggiungere entro il 2030, ma il trend è in peggioramento. E sono soprattutto gli studenti svantaggiati, quelli che la scuola dovrebbe aiutare di più, a pagare il prezzo più alto.

Gli insegnanti mancano, ma il tema è stato trattato come secondario. La carenza di docenti è esplicitamente citata tra le sfide persistenti. Eppure, nei fatti, la priorità numero tre del quadro strategico, quella dedicata proprio alla professione docente, ha ricevuto la copertura più bassa tra tutte le priorità. Non esiste nemmeno un obiettivo quantificato per misurare i progressi in questo ambito. In un continente in cui la crisi del reclutamento scolastico è già strutturale, questa lacuna è difficile da giustificare.

Gli obiettivi quantitativi sono parzialmente mancati. La partecipazione degli adulti alla formazione continua rimane lontana dal target. I laureati STEM sono insufficienti rispetto alla domanda del mercato del lavoro. Le disparità tra Paesi, e all’interno degli stessi Paesi, restano significative, e la convergenza promessa è avvenuta solo su alcuni indicatori.

La governance è opaca e poco efficace. Il rapporto ammette che i meccanismi di coordinamento tra i vari organi istituzionali sono confusi, con responsabilità poco chiare e flussi informativi incoerenti. In un sistema che si regge sulla cooperazione volontaria, senza alcun potere regolatorio diretto, la qualità della governance è tutto. E su questo fronte, il bilancio è critico.

Mancano dati sistematici sulle riforme nazionali. L’Europa finanzia, raccomanda e coordina. Ma non sa con certezza cosa succede poi nei singoli Paesi. La mancanza di un sistema di monitoraggio delle riforme nazionali in risposta alle iniziative europee è una lacuna metodologica seria, che rende difficile valutare l’impatto reale delle politiche.

Cosa si propone per il secondo ciclo?

Per il 2026-2030, la Commissione suggerisce alcune correzioni di rotta. L’educazione alla cittadinanza dovrebbe diventare una priorità strategica esplicita, con un obiettivo quantificato. La formazione permanente andrebbe elevata a priorità orizzontale che attraversa tutti i livelli scolastici. La governance andrebbe semplificata e resa più efficace. E il quadro strategico andrebbe meglio allineato con il Semestre europeo , il processo di coordinamento delle politiche economiche, per garantire che le raccomandazioni sull’istruzione si traducano davvero in investimenti nazionali.

Si parla anche di nuovi obiettivi su equità e STEM, di target più ambiziosi sull’abbandono scolastico e sulla laurea, e di un maggiore coordinamento con la nuova comunicazione europea sulle competenze, la cosiddetta Union of Skills, presentata nel 2025.

Il problema che il rapporto non risolve.

Rimane però una questione di fondo che nessuna valutazione intermedia può davvero affrontare: l’Europa ha strumenti limitati in materia di istruzione. Può mettere soldi, può fare raccomandazioni e può costruire reti. Ma non può obbligare nessuno a riformare il proprio sistema scolastico. E in un continente in cui la qualità dell’istruzione varia enormemente tra un Paese e l’altro , e spesso tra una regione e l’altra dello stesso Paese , questa asimmetria strutturale è il vero limite dello Spazio europeo dell’istruzione.

Detto altrimenti: si può costruire una casa comune dell’istruzione europea, ma se i mattoni che ci arrivano dai ventisette sistemi nazionali hanno qualità molto diverse, il risultato finale sarà inevitabilmente diseguale. E saranno, come sempre, i più vulnerabili a pagarne le conseguenze.