Edoardo Bennato incanta Cagliari: tra favole, rock e verità scomode.
“Signore e signori, fidatevi di me”. Con queste parole, quasi un invito a lasciarsi andare, Edoardo Bennato ha aperto il suo concerto nel capoluogo sardo, davanti a un pubblico che ha sfidato anche la pioggia per accoglierlo. E la pioggia, caduta leggera poco prima dell’inizio, sembrava quasi un segnale: un sipario d’acqua a salutare (forse) l’ultimo rinnegato del rock italiano.
Bennato non delude: la sua anima ribelle, iconoclasta del rock’n’roll, esplode sin dal primo brano, “Abbi Dubbi”, a cui seguono alcuni dei suoi pezzi più celebri: “Sono solo canzonette”, con il suo sarcasmo contro la cultura alta che snobba la musica popolare; poi “Il Gatto e la Volpe”, che trascina tutti in un’Italia raccontata con gli occhi di Collodi.

È proprio attorno a Pinocchio che si costruisce gran parte della serata. Ma l’Italia del 2025, vista attraverso le sue favole, è un Paese sgangherato, pieno di contraddizioni, dove i personaggi negativi risultano perfino simpatici. Bennato lo sa, e lo sottolinea quando introduce la scena kafkiana del burattino che si rivolge alla legge dopo essere stato truffato dal Gatto e la Volpe. Il giudice? Un vecchio scimpanzé che, dopo aver ascoltato la storia, condanna il truffato, non i truffatori. “Tu che sei innocente” — canta Bennato — è l’inno amaro di una giustizia capovolta.
Tra riflessioni pungenti e ballate oniriche, c’è spazio anche per la dolcezza. Come in “Quando sarai grande”, brano a cui Bennato è particolarmente legato. “Da bambini facevamo domande imbarazzanti agli adulti — racconta — e loro ci rispondevano: quando crescerai avrai tutte le risposte. Ma quelle risposte, anche crescendeo, non arrivano mai”.
Non mancano poi i riferimenti ai personaggi positivi, come la Fata di Pinocchio, simbolo di buon senso e speranza concreta, cui Bennato dedica una canzone pensata per le donne, “La Fata“. Il concerto prosegue con una scaletta ricca: “Cantautore”, “A cosa serve la guerra”, fino all’immancabile “L’isola che non c’è”, utopia che continua a commuovere generazioni.

Nel mezzo, Bennato si racconta. I suoi esordi a Bagnoli, quartiere dei Campi Flegrei, zona sismica non solo in senso geologico ma anche umano. “Sono partito a 18 anni per Milano con un sogno: fare musica. Tutte le case discografiche erano lì e io giravo per i loro corridoi con la mia chitarra”. Un pezzo di quella storia vive ancora in “A Napoli 55 è ’a musica”.
A Cagliari, Bennato ricorda anche l’amicizia con Fabrizio De André, conosciuto in Sardegna: “Non amava il jet set, preferiva gli amici del cortile, proprio come me”. Ricordando poi il cantautore ligure, Bennato ha poi rimarcato il ruolo del cantante autentico: “Noi dobbiamo fare poesia, non dare lezioni di morale o geopolitica e il rock deve essere al di sopra delle fazioni politiche”. Con “Pronti a salpare” invita il pubblico a mollare gli ormeggi dai luoghi comuni.
E poi ancora altri grandi miilestones di un percorso musicale e umano capace di indagare utopie, speranze e disillusioni, con “Rinnegato”, “perché se non fossi un rinnegato non potrei fare rock”, dice sorridendo Bennato, “Le ragazze fanno grandi sogni”, “Il rock di Capitan Uncino”, e infine “Un giorno credi”.

Alla fine, Bennato si congeda come era entrato: con sincerità e carisma. In bilico tra favole e realtà, tra l’Italia di Collodi e quella di oggi. E con una certezza: il rock, quello vero, non ha tempo e non ha bandiere.
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